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Iran, Fini pessimista sulla guerra: “Il regime combatterà fino alla fine”

Pubblicato: 09/03/2026 19:16

Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele entra in una fase sempre più imprevedibile. E a guardare con grande cautela agli sviluppi delle prossime settimane è anche Gianfranco Fini, che parla apertamente di un rischio crescente di escalation e di un quadro geopolitico difficile da decifrare. L’ex presidente della Camera, intervenendo a margine di un convegno dedicato proprio all’Iran alla Camera dei deputati, non nasconde il suo pessimismo: secondo lui la crisi mediorientale ha ormai imboccato una strada che rende complicato immaginare una via d’uscita rapida. Fini spiega che le ultime decisioni prese a Teheran mostrano chiaramente la volontà del regime di resistere a qualunque pressione militare o politica. “È molto difficile fare previsioni – afferma – ma da parte mia c’è qualche ragionato motivo di pessimismo”. Parole che arrivano mentre il conflitto continua a produrre tensioni non solo sul piano militare, ma anche su quello economico e diplomatico, con i mercati energetici e gli equilibri regionali già sotto forte pressione.

La nomina di Mojtaba Khamenei

Per Fini il segnale più chiaro arriva dalla recente nomina del figlio dell’ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba Khamenei, a nuova Guida suprema dell’Iran. Una decisione che secondo l’ex leader della destra italiana rappresenta una risposta politica precisa del regime. “È la risposta che il potere iraniano dà a chi pensava potesse esserci una divisione tra il clero e i Pasdaran”, spiega. Al contrario, la scelta segnala una saldatura interna e un messaggio rivolto al mondo esterno: il sistema di potere della Repubblica islamica non ha alcuna intenzione di arretrare. Secondo Fini il significato politico è ancora più netto. La nomina, sostiene, equivale a una dichiarazione di resistenza: anche sotto bombardamenti o di fronte all’eliminazione dei propri leader, il regime iraniano continuerà a combattere. Alla base di questa determinazione, ricorda l’ex presidente della Camera, c’è una componente culturale e religiosa radicata nello sciismo, in cui il culto del martirio e del sacrificio rappresenta un elemento identitario molto forte.

Il rischio di escalation regionale

A rendere ancora più incerto lo scenario è il possibile allargamento del conflitto. Fini sottolinea che la crisi non riguarda soltanto i fronti militari diretti ma rischia di avere effetti molto più ampi sull’intera regione. Tra i punti più delicati c’è quello dell’approvvigionamento energetico, già messo sotto pressione dalle tensioni nel Golfo e dalle minacce alle rotte petrolifere. Se il conflitto dovesse estendersi, le conseguenze potrebbero essere pesanti anche per l’economia globale. Il Medio Oriente resta infatti uno dei nodi centrali del sistema energetico mondiale, e ogni escalation militare può tradursi immediatamente in instabilità sui mercati del petrolio e del gas.

Diplomazia in stallo

Nonostante questo scenario, Fini non esclude in linea teorica un ritorno al dialogo diplomatico, ma ammette che le condizioni attuali lo rendono estremamente difficile. “Sarei felice anch’io se domani ripartisse la diplomazia”, afferma, ma subito dopo solleva il punto centrale: le posizioni delle parti in campo appaiono oggi quasi inconciliabili. Da una parte ci sono le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, che ha sostenuto che il nuovo leader iraniano “durerà poco”. Dall’altra parte la risposta di Teheran è altrettanto netta: qualunque pressione esterna non cambierà la determinazione del regime a continuare la guerra. In questo braccio di ferro politico e militare, conclude Fini, diventa estremamente difficile immaginare come e quando il conflitto potrà chiudersi. Il quadro resta aperto e instabile, mentre il Medio Oriente si muove su una linea sottile tra guerra regionale e fragile equilibrio internazionale.

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Ultimo Aggiornamento: 09/03/2026 19:21

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