
La guerra che sta sconvolgendo il Medio Oriente ha aperto una frattura anche dentro l’Iran. Non solo tra potere e opposizione, ma tra la narrazione ufficiale del regime e il sentimento di una parte della popolazione. È da questa contraddizione che parte l’intervento della premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, collegata in videoconferenza alla Camera dei deputati durante il convegno dedicato alla lotta delle donne iraniane.
Davanti a parlamentari, giornalisti e attivisti riuniti nella Sala della Regina di Montecitorio, Ebadi ha descritto un Paese attraversato da repressione, guerra e povertà, ma anche da un inatteso sentimento di liberazione dopo i primi colpi inferti al vertice del potere religioso.
La gioia dopo la morte dei vertici del regime
Secondo la Nobel iraniana, la reazione di molti cittadini alla morte dei comandanti del regime durante i primi giorni di conflitto è stata sorprendente. «In Iran, quando sono stati uccisi i comandanti del regime, molte persone sono scese in strada a festeggiare», ha raccontato. «Si congratulavano tra loro e ballavano».
Un comportamento che, in condizioni normali, sarebbe apparso incomprensibile. Ma per Ebadi la spiegazione sta nella lunga storia di repressione politica e nella distanza crescente tra il regime e la società iraniana. Le radici dello scontro attuale, ha ricordato, risalgono alla nascita della Repubblica islamica nel 1979, quando la nuova leadership dichiarò apertamente l’obiettivo di eliminare Israele e di espellere gli Stati Uniti dalla regione.
In questo quadro si inserisce il sostegno iraniano a diversi gruppi armati nella regione, tra cui Hezbollah, e una politica estera fortemente conflittuale che negli anni ha contribuito ad alimentare tensioni e scontri indiretti.
Un Paese già piegato dalla povertà
La guerra, secondo Ebadi, ha colpito un Paese che era già in condizioni economiche estremamente difficili. Prima ancora dell’inizio del conflitto, ha ricordato la Nobel, circa il 75 per cento della popolazione iraniana viveva sotto la soglia di povertà.
Una situazione aggravata da corruzione amministrativa e cattiva gestione delle risorse pubbliche, che negli anni hanno alimentato un crescente malcontento. Le proteste esplose nel dicembre 2025 sono state represse con durezza. «Il popolo è sceso in piazza ed è stato colpito da proiettili e imprigionato», ha raccontato Ebadi, parlando di decine di migliaia di vittime.
Nel frattempo il conflitto ha colpito infrastrutture energetiche e impianti industriali. Secondo le informazioni citate nel suo intervento, la distruzione di siti petroliferi e fabbriche sta lasciando senza lavoro migliaia di persone e aggravando ulteriormente la crisi sociale.
Civili senza protezione
Ebadi ha descritto anche una situazione drammatica per la popolazione civile, esposta ai bombardamenti senza adeguati sistemi di protezione. «Gli uffici pubblici sono semichiusi, internet è interrotto e non esistono rifugi o sistemi di allarme», ha spiegato.
L’isolamento digitale rende ancora più difficile orientarsi durante gli attacchi. «L’unico modo per sapere dove rifugiarsi sarebbe internet, ma il popolo non lo ha», ha aggiunto.
Secondo le cifre citate durante il convegno, le vittime civili sarebbero già circa 1.500, con centinaia di feriti. Tra i morti ci sarebbero anche molti minori. Dati dell’Unicef parlano di circa 180 bambini uccisi, tra cui oltre cento studentesse morte nel bombardamento di una scuola femminile nella città di Minab.
Dopo il regime un referendum sul futuro
Guardando oltre la guerra, Ebadi ha indicato la prospettiva che, secondo lei, potrebbe aprirsi dopo la fine della Repubblica islamica. L’opposizione iraniana, ha spiegato, è oggi divisa tra chi sostiene il ritorno della monarchia guidata dal principe ereditario Reza Pahlavi e chi invece preferisce la nascita di una repubblica laica.
Entrambe le posizioni, però, condividono lo stesso obiettivo: la fine dell’attuale sistema teocratico. Per questo la Nobel ha proposto una soluzione politica basata su una consultazione popolare.
Secondo Ebadi, il futuro assetto istituzionale dell’Iran dovrebbe essere deciso attraverso un referendum libero, supervisionato dalle Nazioni Unite, in cui tutti i cittadini possano esprimersi senza pressioni.
Nel finale del suo intervento, la giurista ha rivolto un messaggio alla comunità internazionale: «Non giudicate l’Iran per questi 47 anni di Repubblica islamica. Abbiamo più di tremila anni di storia e civiltà. Siamo un popolo pacifico». Poi la conclusione, quasi come una promessa: «Siamo certi che la luce trionfa sempre sulle tenebre».


