
A Palazzo Chigi l’aria è quella delle ore delicate, quando le decisioni di politica estera diventano anche scelte di sicurezza nazionale. La crisi nel Golfo Persico e l’ombra di incidenti nello Stretto di Hormuz hanno acceso un confronto continuo tra le capitali europee. Da quasi due giorni la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è in contatto con i principali leader del continente, mentre la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele continua a produrre scosse geopolitiche e timori economici.
Il punto più sensibile riguarda l’ipotesi di inviare fregate militari per scortare le navi commerciali nel passaggio marittimo più strategico del pianeta. L’idea circola tra le cancellerie occidentali, ma da Roma arriva un messaggio di cautela. Per la premier non è il momento di esporre i militari italiani in una zona dove i missili iraniani continuano a cadere e dove il rischio di un incidente navale resta elevato. Prima, sostiene Meloni, serve una de-escalation.
La linea prudente dell’Italia su Hormuz
La posizione italiana è stata ribadita nelle conversazioni delle ultime quarantotto ore con diversi leader europei. Keir Starmer, Friedrich Merz ed Emmanuel Macron sono tra gli interlocutori con cui Meloni ha discusso più a lungo dello scenario mediorientale. Parigi spinge per una missione navale più rapida nello Stretto di Hormuz, ma da Roma arriva una frenata: senza un allentamento delle tensioni il rischio di esporre le unità militari è considerato troppo alto.
La linea prudente viene condivisa con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto, che nelle ultime ore ha riunito i vertici militari e dell’intelligence insieme al sottosegretario Alfredo Mantovano. I colloqui si concentrano su due fronti: da un lato gli sviluppi della guerra con l’Iran, dall’altro le possibili ricadute economiche per l’Europa, a partire dal prezzo dell’energia e dalla sicurezza delle rotte petrolifere.
Nel frattempo la premier spinge per una risposta coordinata dell’Unione Europea, anche se tra i governi emergono divergenze sulla strategia da adottare. Secondo fonti italiane, la cautela di Meloni non sarebbe distante dalla posizione del cancelliere tedesco Merz, favorevole a un approccio graduale piuttosto che a un intervento immediato nel Golfo.
Pressione sull’Europa e tensioni nella maggioranza
Nel confronto con i partner europei, Meloni ha portato anche un’altra richiesta: sospendere temporaneamente il sistema europeo di tassazione del carbonio, il meccanismo ETS, almeno finché la crisi energetica legata alla guerra non sarà rientrata. L’obiettivo dichiarato è evitare un ulteriore aumento dei prezzi dell’energia per imprese e famiglie.
La proposta ha trovato un primo spiraglio da parte della Germania, mentre i paesi nordici e la Spagna restano più freddi. La discussione è stata rinviata al Consiglio europeo del 19 marzo, dove il tema energetico sarà inevitabilmente legato agli sviluppi del conflitto mediorientale.
Sul fronte interno, intanto, la gestione della comunicazione sul dossier iraniano ha creato qualche frizione nella squadra di governo. Nei giorni scorsi la premier è intervenuta direttamente nella chat WhatsApp dei ministri, chiedendo di coordinare meglio le dichiarazioni pubbliche e di evitare iniziative individuali fuori linea.
La giornata politica si preannuncia intensa anche sul piano parlamentare. Meloni è attesa prima in Senato e poi alla Camera, mentre la maggioranza ha trovato un’intesa su una risoluzione che non condanna i raid di Stati Uniti e Israele, concentrando invece le critiche sugli attacchi definiti “inaccettabili” dell’Iran. Nel documento si parla di uno scenario «estremamente imprevedibile» e si invoca un ritorno alla diplomazia, pur confermando l’impegno a rafforzare gli investimenti militari europei in coordinamento con la NATO.


