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Referendum giustizia, Meloni tra tenuta e rischio: il voto diventa uno stress test politico

Pubblicato: 22/03/2026 10:01

Il referendum sulla giustizia si trasforma in un vero banco di prova per Giorgia Meloni, con effetti che potrebbero andare ben oltre l’esito formale della consultazione. A Palazzo Chigi, nonostante la linea ufficiale resti quella della stabilità dell’esecutivo, si ragiona già da settimane sugli scenari possibili, segno che il voto del 22 e 23 marzo viene percepito come uno snodo politico cruciale. Anche in caso di vittoria del no, infatti, il governo sarebbe chiamato a dimostrare nei fatti la propria solidità parlamentare.

In ambienti di Fratelli d’Italia prende corpo l’ipotesi di un passaggio rapido in Parlamento per blindare la maggioranza attraverso un voto di fiducia, probabilmente legato a un provvedimento già in discussione, come il decreto Sicurezza o il decreto Energia. L’obiettivo sarebbe chiaro: certificare nei numeri che l’esecutivo regge, anche dopo una possibile sconfitta sulla riforma costituzionale, evitando che il risultato venga interpretato come un segnale di crisi politica imminente.

Il rischio logoramento e il precedente Renzi

Il vero timore nella maggioranza è quello di un progressivo logoramento politico, più che di un’immediata caduta del governo. Il riferimento che circola con insistenza è quello del referendum del 2016, quando il Partito democratico di Matteo Renzi, pur forte nei consensi, uscì indebolito e nel giro di un anno subì un netto ridimensionamento elettorale. Uno scenario che oggi preoccupa i vertici di FdI, consapevoli che una sconfitta potrebbe lasciare strascichi nel medio periodo.

Non a caso, pur restando uno scenario definito “poco probabile”, torna sul tavolo anche l’ipotesi di elezioni anticipate, che fino a poche settimane fa sembrava completamente esclusa. Molto dipenderà dalla lettura politica del risultato e dalla capacità della maggioranza di ricompattarsi subito dopo il voto, evitando frizioni interne.

Nordio, Bartolozzi e gli equilibri nella maggioranza

In caso di vittoria del no, le conseguenze potrebbero riguardare anche gli equilibri interni al governo. Tra le ipotesi che circolano c’è quella di un possibile cambio per Giusi Bartolozzi, mentre resta aperto il rebus sul ministro della Giustizia Carlo Nordio, che potrebbe finire al centro delle critiche politiche. Al tempo stesso, emergono tensioni tra gli alleati, con Forza Italia e Fratelli d’Italia che guardano con crescente irritazione all’atteggiamento della Lega, accusata di scarso impegno nella campagna referendaria.

In questo quadro, anche le scelte politiche di Matteo Salvini, come la partecipazione a eventi internazionali proprio nei giorni del voto, vengono lette come segnali che rischiano di alimentare le divisioni interne alla coalizione.

Se vince il sì, accelerazione sulle riforme

Lo scenario opposto, con la vittoria del , aprirebbe invece una fase completamente diversa. Per Meloni sarebbe una legittimazione politica forte, utile a rafforzare la leadership e a chiudere eventuali tensioni interne. In questo caso, il governo potrebbe accelerare sulla legge elettorale, puntando a una rapida approvazione entro l’estate e senza particolari aperture all’opposizione.

Una mossa che, secondo diversi osservatori, potrebbe avere conseguenze anche sugli equilibri istituzionali futuri, rafforzando ulteriormente il peso politico della maggioranza. In entrambi i casi, però, il dato resta uno: il referendum non è solo un passaggio tecnico, ma un vero stress test politico per il governo, destinato a segnare la traiettoria dei prossimi mesi.

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Ultimo Aggiornamento: 22/03/2026 10:37

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