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Mario Monti critica Giorgia Meloni: “È molto scarsa nella strategia politica”

Pubblicato: 27/03/2026 16:41

Il panorama politico italiano del marzo 2026 appare scosso da una serie di eventi che stanno mettendo a dura prova la tenuta del governo guidato da Giorgia Meloni. In questo scenario di incertezza, le dichiarazioni rilasciate da Mario Monti durante la trasmissione Tagadà su La7 hanno sollevato un polverone mediatico non indifferente.

L’ex presidente del Consiglio e senatore a vita ha espresso un giudizio sferzante sulla figura della leader di Fratelli d’Italia, distinguendo nettamente tra la sua riconosciuta abilità nel manovrare le dinamiche interne e una preoccupante carenza di visione a lungo termine. La critica di Monti non è isolata, ma si inserisce in un contesto di crescente tensione alimentato dai risultati deludenti del recente referendum sulla giustizia e dalle dimissioni che hanno colpito alcuni esponenti di primo piano dell’esecutivo.

L’analisi di Mario Monti sulla figura della premier

L’intervento del senatore a vita si è concentrato su una distinzione fondamentale tra tattica e strategia. Secondo Monti, Giorgia Meloni ha dimostrato nel corso degli anni di essere una politica di razza quando si tratta di gestire il consenso immediato e di muoversi agilmente nei corridoi del potere romano. Tuttavia, questa dote non sembrerebbe essersi tradotta in una reale capacità di governo una volta approdata a Palazzo Chigi. Monti sostiene che la presidente del Consiglio sia molto scarsa nella strategia e visione politica, evidenziando come, dopo oltre un anno di mandato, siano emersi i limiti strutturali di un’azione che appare più orientata alla reazione quotidiana che alla costruzione di un progetto di paese coerente. La stoccata colpisce il cuore dell’immagine pubblica della premier, che ha sempre fatto della coerenza e della solidità i suoi punti di forza.

Un punto centrale della critica di Monti riguarda il posizionamento dell’Italia nello scacchiere geopolitico globale, con particolare riferimento alle relazioni con gli Stati Uniti. Il senatore a vita ha puntato il dito contro la vicinanza eccessiva a Donald Trump, giudicata come un errore tattico e strategico di proporzioni rilevanti. Nonostante i numerosi avvertimenti ricevuti da più parti nel corso dei mesi precedenti, la Meloni sarebbe rimasta quasi immobile, non riuscendo a smarcarsi da una figura che molti osservatori europei considerano problematica per gli equilibri continentali. Questa immobilità diplomatica, secondo l’analisi proposta negli studi di La7, testimonierebbe una difficoltà di lettura delle dinamiche internazionali che potrebbe isolare ulteriormente l’Italia in un momento di grandi cambiamenti globali.

La crisi interna e il terremoto delle dimissioni

Le parole di Monti arrivano in un momento di estrema fragilità per la maggioranza di centrodestra. La sconfitta subita al referendum sulla giustizia ha rappresentato un duro colpo, ma è il fronte interno dei ministeri a preoccupare maggiormente. Il governo ha dovuto fare i conti con l’addio di figure chiave come Daniela Santanchè, che ha rassegnato le dimissioni dopo una lunga resistenza, lasciando l’interim del Ministero del Turismo proprio nelle mani della Meloni. A questo si sono aggiunte le defezioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, creando un vuoto di potere che la premier sta faticando a colmare. Questa emorragia di membri del governo viene letta come il segnale di una gestione della squadra che presenta falle evidenti, confermando in parte i dubbi sollevati da Monti sulla reale tenuta della visione d’insieme dell’esecutivo.

Il triplo rebus delle successioni ministeriali rappresenta ora la sfida più urgente per Giorgia Meloni. La necessità di trovare nomi in grado di garantire stabilità e, al contempo, soddisfare gli appetiti degli alleati di coalizione mette la premier in una posizione di estrema vulnerabilità. La critica di Monti sulla scarsità di visione si riflette perfettamente nella difficoltà di gestire questa fase di transizione, dove ogni mossa sembra dettata dall’emergenza piuttosto che da un piano preordinato. Il centrodestra si trova dunque a un bivio fondamentale, tra la necessità di ritrovare una bussola politica chiara e il rischio di restare impantanato in una serie di polemiche interne che potrebbero logorare definitivamente il consenso accumulato finora. Il giudizio dell’ex premier tecnico rimarrà come un monito pesante sulla necessità di trasformare l’abilità tattica in vera statura di governo.

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