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Il blocco di Hormuz accende lo shock energetico: la stima da brividi sul prezzo del petrolio

Pubblicato: 13/04/2026 16:10

Con l’annunciato blocco di Hormuz da parte degli Stati Uniti, iniziato proprio qualche minuto fa, l’effetto è stato immediato e tangibile: il prezzo del petrolio è tornato a correre con forza, superando quota 100 dollari al barile per il Brent e arrivando oltre i 104 dollari per il Wti. Una misura che, pur mantenendo formalmente aperto il passaggio verso i porti non iraniani, sta già producendo conseguenze concrete sul mercato globale dell’energia.

Hormuz, il collo di bottiglia da cui passa il 20% del petrolio mondiale

Al centro della tensione c’è lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del sistema energetico internazionale. Da qui transita circa il 20% del petrolio globale, pari a circa 20 milioni di barili al giorno. Anche una limitazione parziale del traffico, o semplicemente l’incertezza sulla sicurezza della navigazione, è sufficiente a destabilizzare l’intero mercato.

Le prime indicazioni vanno proprio in questa direzione: il traffico marittimo risulta già fortemente rallentato, con poche navi disposte a tentare il passaggio. Il problema non è solo giuridico, ma soprattutto operativo: armatori, equipaggi e compagnie assicurative esitano a esporsi a un’area percepita come ad alto rischio, rendendo di fatto inefficace qualsiasi apertura formale dello stretto.

Il rischio di una guerra di attrito marittima

Lo scenario che si delinea non è quello di una chiusura netta e dichiarata, ma di una guerra di attrito sul mare, fatta di tensioni continue, controlli, minacce e possibili incidenti. Gli Stati Uniti possono bloccare le navi dirette ai porti iraniani, ma Teheran conserva strumenti estremamente efficaci per condizionare l’intero traffico: dai motoscafi veloci dei Pasdaran ai droni navali, fino ai missili costieri e al rischio più temuto, quello delle mine sottomarine.

In questo contesto, ogni passaggio diventa un potenziale punto di crisi. Anche senza una chiusura ufficiale, lo Stretto rischia di trasformarsi in una zona grigia, dove il transito è teoricamente possibile ma praticamente sempre più difficile e rischioso.

Il paradosso: il blocco colpisce l’Iran ma fa salire i prezzi globali

Il risultato è un evidente paradosso strategico. Il blocco navale mira a colpire le esportazioni iraniane e ridurre le entrate di Teheran, ma allo stesso tempo genera instabilità e paura sui mercati, alimentando l’aumento dei prezzi. Un effetto che rischia di danneggiare anche gli stessi Stati Uniti e i loro alleati, esposti alle reazioni dell’economia globale.

Per l’Iran, inoltre, Hormuz rappresenta una leva negoziale fondamentale. Mantenere alta la tensione consente di esercitare pressione immediata sull’intero sistema energetico mondiale, con effetti più visibili rispetto ai danni diretti sulla propria economia. In questo senso, prolungare lo stallo può diventare una strategia deliberata.

Escalation possibile: nel mirino anche le rotte alternative

Il rischio maggiore, però, è quello di un allargamento del conflitto oltre Hormuz. Teheran potrebbe decidere di colpire le rotte alternative costruite negli anni dai Paesi del Golfo, come il terminal saudita di Yanbu sul Mar Rosso o quello emiratino di Fujairah, fondamentali per aggirare lo stretto.

Ancora più destabilizzante sarebbe un’estensione della crisi allo stretto di Bab el-Mandeb, altro snodo cruciale tra Mar Rosso e Oceano Indiano. In questo caso, l’Iran potrebbe sfruttare il legame con i ribelli Houthi in Yemen, creando una doppia strozzatura: Hormuz a est e Bab el-Mandeb a ovest.

Uno scenario che trasformerebbe la crisi regionale in una vera emergenza energetica globale, con effetti potenzialmente devastanti sui mercati, sull’inflazione e sugli equilibri geopolitici internazionali.

Petrolio fino a 200 dollari? Il rischio effetto domino

A rendere ancora più preoccupante lo scenario è la possibilità di un’escalation a catena sui principali snodi energetici globali. Secondo Trita Parsi, vicepresidente del Quincy Institute for Responsible Statecraft, citato da Repubblica, il rischio è quello di un vero e proprio effetto domino. Una chiusura prolungata o destabilizzata dello Stretto di Hormuz potrebbe infatti spingere gli Houthi, alleati dell’Iran, a bloccare anche il Mar Rosso, sottraendo al mercato un ulteriore 12% dei flussi di petrolio.

In uno scenario di doppia strozzatura, tra Hormuz e Bab el-Mandeb, il sistema energetico globale subirebbe uno shock senza precedenti. “Ci troveremmo di fronte a un prezzo intorno ai 200 dollari al barile”, avverte Parsi, delineando una prospettiva che avrebbe ripercussioni immediate su inflazione, trasporti e stabilità economica internazionale. Una soglia che, se raggiunta, segnerebbe un punto di rottura per i mercati e per le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche.

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Ultimo Aggiornamento: 13/04/2026 16:26

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