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Fact-checking su Israele, il libro di Greppi che riporta il conflitto dal racconto ai fatti

Pubblicato: 16/04/2026 19:09

Ci sono libri che si limitano a inserirsi in un dibattito già tracciato, e altri che provano a rimetterne in discussione le regole stesse. Fact-checking su Israele. L’altra faccia della storia di Nathan Greppi appartiene chiaramente alla seconda categoria, perché interviene su uno dei terreni più saturi di ideologia del nostro tempo — il conflitto israelo-palestinese — con un’operazione tanto semplice quanto oggi controcorrente: riportare tutto sul piano dei fatti. Non è una scelta neutrale, ed è bene dirlo subito. È una presa di posizione precisa dentro un contesto che, come scrive Gianni Scipione Rossi nella prefazione, è ormai dominato da una torsione profonda del discorso pubblico, dove le fake news non rappresentano più una deviazione ma uno strumento, e dove l’antisemitismo tende a riemergere in forme nuove, spesso più accettabili perché travestite da radicalismo politico o da indignazione morale. È dentro questo quadro che il libro di Greppi va letto: non come un contributo tra gli altri, ma come un tentativo di ristabilire una base minima di realtà in un confronto che da tempo sembra averla smarrita.

Il cuore del lavoro sta nel linguaggio, perché è lì che oggi si gioca la partita principale. Le parole che dominano il dibattito — genocidio, apartheid, sionismo — vengono analizzate per ciò che sono, cioè categorie con un significato preciso, costruito nel tempo, e non semplici etichette da usare in funzione polemica. Greppi mostra come queste parole vengano spesso sganciate dal loro contenuto giuridico e storico per diventare strumenti retorici, capaci di orientare il giudizio prima ancora che i fatti vengano conosciuti. È un passaggio decisivo, perché quando il linguaggio perde aderenza alla realtà, anche la percezione della realtà finisce per deformarsi. Come scrive Gianni Scipione Rossi, in un’epoca che premia gli slogan, questo libro sceglie la verifica: ed è proprio questa scelta, apparentemente tecnica, a diventare la sua posizione più forte, perché rimette al centro ciò che oggi viene sistematicamente aggirato, cioè il rapporto tra parole e verità.

Il linguaggio come campo di battaglia

Dentro questo schema si inserisce anche la riflessione su alcune figure pubbliche che nel dibattito contemporaneo assumono un valore emblematico. Il caso di Francesca Albanese non è trattato come una polemica personale, ma come il segno di una trasformazione più ampia, in cui l’attivismo tende a sostituire l’analisi e l’indignazione diventa un criterio di legittimazione. Non è il ruolo in sé a essere in discussione, ma il modo in cui quel ruolo viene esercitato nello spazio pubblico, spesso attraverso un uso selettivo delle informazioni e delle categorie giuridiche. Episodi come lo scontro con Liliana Segre non vengono utilizzati per alimentare una polemica, ma per mostrare una frattura più profonda, che riguarda il rapporto tra memoria, diritto e narrazione. In questo senso, il richiamo alla definizione di genocidio contenuta nella Convenzione ONU del 1948 non è un dettaglio tecnico, ma un punto di confine: ristabilire che le parole hanno un significato, e che quel significato non può essere ridefinito a seconda della convenienza del momento.

Il passaggio sul 7 ottobre 2023 è probabilmente il più rivelatore, perché è lì che emerge con maggiore evidenza la distanza tra evento e racconto. Greppi si inserisce in una linea interpretativa che utilizza il concetto di staticidio per descrivere non solo un attacco terroristico, ma un tentativo più ampio di distruzione di uno Stato, della sua struttura e della sua esistenza. È una parola che nel dibattito pubblico fatica a trovare spazio proprio perché rompe la simmetria narrativa su cui si regge gran parte della discussione, e che quindi tende a essere rimossa o ignorata. È su queste rimozioni che il libro insiste con maggiore forza, mostrando come il problema non sia soltanto ciò che viene detto, ma soprattutto ciò che viene escluso per mantenere una narrazione coerente.

Un libro contro il conformismo morale

Il risultato è un testo che, prima ancora di essere politico, è un libro di giornalismo nel senso più pieno del termine, perché rimette al centro il metodo: verifica delle fonti, ricostruzione dei contesti, attenzione alla cronologia. Non pretende di essere imparziale, ma rivendica una qualità oggi molto più rara, cioè la verificabilità. Ed è una differenza decisiva, perché in un clima dominato dal conformismo morale la vera rottura non è esprimere un’opinione diversa, ma ricostruire una base di realtà su cui quella opinione possa essere discussa. Come scrive Gianni Scipione Rossi, tra chi invoca la pace e chi la usa come copertura esiste una linea sottile che solo la conoscenza può tracciare: è esattamente su quella linea che il libro di Greppi si muove, senza cercare scorciatoie. Non è un libro comodo, e non prova a esserlo. Ma proprio per questo è necessario, perché ricorda una cosa che oggi sembra quasi dimenticata: senza fatti condivisi, ogni dibattito è destinato a trasformarsi in propaganda.

Nathan Greppi, Fact-checking su Israele. L’altra faccia della storia, prefazione di Gianni Scipione Rossi, Lindau, Torino 2026, pp. 136, € 16,00

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Ultimo Aggiornamento: 16/04/2026 21:22

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