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Scandalo nomine pubbliche, la manager di Meloni vuole sette milioni per fare la presidente dell’Eni. Cosa succede a Palazzo Chigi

Pubblicato: 20/04/2026 16:14

Un caso che sta rapidamente diventando politico e mediatico insieme. Il passaggio di Giuseppina Di Foggia da amministratrice delegata di Terna alla presidenza di Eni ha acceso polemiche e critiche, soprattutto sui social, dove si parla apertamente di nomine pilotate e rapporti privilegiati. Una vicenda che sta creando imbarazzo anche all’interno del governo guidato da Giorgia Meloni, che tre anni fa aveva sostenuto la nomina della manager ai vertici di Terna.
Al centro dello scontro c’è una questione molto concreta: una buonuscita da 7,3 milioni di euro che Di Foggia rischia di perdere accettando il nuovo incarico. Di Foggia, in scadenza il 12 maggio e non confermata, in base a riportato in un retroscena comparso sul Corriere della Sera, non vuol perdere la buonuscita milionaria. Per averla sarebbe pronta a rinunciare alla presidenza dell’Eni, dove è candidata come membro del consiglio di amministrazione nella lista del governo. 

Di Foggia e la buonuscita milionaria per accettare il passaggio a Eni

Secondo quanto emerge, il contratto della manager con Terna prevede un’indennità di fine mandato in caso di uscita alla scadenza naturale del 12 maggio. Una cifra rilevante, che però si scontra con le linee guida fissate dal ministero dell’Economia già nel 2023, orientate a limitare o escludere buonuscite milionarie nei casi di fine mandato o dimissioni volontarie.

C’è poi un ulteriore elemento: per assumere la presidenza di Eni, prevista con l’assemblea del 6 maggio, Di Foggia dovrebbe dimettersi prima da Terna, come stabilito dallo statuto che vieta incarichi contemporanei in società energetiche concorrenti. Dimissioni che comporterebbero automaticamente la perdita dell’indennità.
A pesare è anche il principio del cosiddetto “pantouflage”: il passaggio da una società controllata pubblica a un’altra, sotto lo stesso perimetro statale, rende ancora più difficile giustificare una buonuscita.

Le dimissioni che non arrivano e la linea del Mef sulle buonuscite

Le dimissioni non sono ancora arrivate e potrebbero non arrivare affatto. Per ottenere la liquidazione, Giuseppina Di Foggia dovrebbe far approvare la delibera dall’attuale consiglio di amministrazione di Terna, presieduto da Igor De Biasio, entro il 12 maggio, data di scadenza naturale del mandato.

Un passaggio tutt’altro che scontato. A pesare è anche la posizione del ministero dell’Economia, che controlla indirettamente Terna tramite Cdp, e che nelle scorse ore ha ribadito una linea molto chiara sul tema dei costi e delle buonuscite.

In una nota diffusa domenica sera, il Mef ha ricordato che già dal 2023 sono state impartite direttive precise per limitare o escludere le indennità di fine mandato nelle società partecipate: «Dal 2023 il Mef, nella sua azione diretta all’efficientamento della spesa e al contenimento dei costi, ha dato specifiche direttive […] in modo da generare una prassi diretta ad escludere che detti emolumenti siano corrisposti a chi esaurisce per naturale scadenza o per dimissioni volontarie il mandato da amministratore».

Le tre strade possibili

A questo punto, le opzioni sul tavolo sono tre. La prima è la più lineare: dimissioni da Terna entro il 5 maggio e nomina in Eni il giorno successivo, rinunciando però ai 7,3 milioni.

La seconda è più complessa: non dimettersi, presentarsi comunque all’assemblea Eni e ottenere la nomina, ma rischiare subito dopo la revoca da Terna per incompatibilità, con la conseguente perdita della buonuscita.

La terza ipotesi è quella di rinunciare alla presidenza Eni, restare in Terna fino alla scadenza naturale del mandato e puntare a incassare l’indennità, che però potrebbe essere contestata proprio alla luce delle direttive del Mef.

La pressione del governo, un’altra grana per Meloni

La seconda strada appare la meno praticabile. Nelle ultime ore, la pressione di Palazzo Chigi si è fatta più intensa: alla manager sarebbe stato chiesto di decidere rapidamente, evitando di trascinare la vicenda fino all’assemblea.
In caso contrario, il governo potrebbe intervenire direttamente sulla lista per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Eni, sostituendo il nome di Di Foggia prima del voto del 6 maggio.

La vicenda si sta trasformando in un nuovo fronte delicato per l’esecutivo. Giuseppina Di Foggia è infatti considerata una figura di riferimento nell’area di Fratelli d’Italia, indicata direttamente nella lista del governo per le nomine nelle partecipate e rientrante in quel gruppo ristretto di manager ritenuti affidabili a cui assegnare incarichi strategici.

Il caso, proprio per questo, assume un peso politico più ampio: non riguarda solo una scelta individuale, ma mette in discussione l’intero sistema delle nomine pubbliche, toccando due snodi cruciali come Terna, dove Di Foggia è attualmente in carica, ed Eni, una delle società più rilevanti del Paese.
Un passaggio che espone il governo a critiche su trasparenza e opportunità, trasformando una questione gestionale in una vera e propria grana politica.

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Ultimo Aggiornamento: 20/04/2026 17:42

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