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Perché la sinistra sta con Gaza: la verità che in pochi raccontano

Pubblicato: 23/04/2026 15:05

Il rapporto tra la sinistra italiana e la causa palestinese, in particolare quella legata alla Striscia di Gaza, affonda le sue radici in una storia lunga e complessa, fatta di ideologia, geopolitica e trasformazioni culturali. Non si tratta di una posizione improvvisata o contingente, ma di un orientamento che si è evoluto nel tempo, adattandosi ai cambiamenti del contesto internazionale e delle categorie interpretative della politica.
Per comprendere questo legame, è utile distinguere tra due fasi: quella della Prima Repubblica e quella successiva alla fine della Guerra fredda, quando sono cambiati i riferimenti ideologici e gli equilibri globali.

Dalla Prima Repubblica al filo-arabismo

Durante la Prima Repubblica, il sostegno della sinistra italiana alle rivendicazioni palestinesi si inseriva in una visione più ampia. Il Partito Comunista Italiano interpretava le lotte di liberazione nazionale come parte integrante del processo di emancipazione dei popoli dal dominio delle potenze occidentali.

In questo schema, il Medio Oriente rappresentava uno dei principali teatri di confronto. Figure come Gamal Abdel Nasser e i movimenti legati al nazionalismo arabo venivano considerati alleati nella lotta contro l’imperialismo. Anche la causa palestinese si inseriva in questo quadro, vista come espressione di un popolo privo di Stato che rivendicava autodeterminazione.

Tuttavia, il filo-arabismo non era esclusivo della sinistra. Anche la Democrazia Cristiana, pur con motivazioni diverse, sviluppò rapporti con il mondo arabo, soprattutto per ragioni energetiche e strategiche. La linea inaugurata da Enrico Mattei puntava infatti a ridurre la dipendenza dalle grandi compagnie occidentali, aprendo un dialogo diretto con i Paesi produttori di petrolio.

Dal terzomondismo alla centralità della causa palestinese

Con la fine della Guerra fredda e il declino delle grandi ideologie novecentesche, il quadro cambia profondamente. La sinistra occidentale perde il riferimento tradizionale del proletariato industriale come soggetto rivoluzionario e cerca nuovi punti di riferimento.

È in questo contesto che si afferma il cosiddetto “terzomondismo”, una visione che sposta l’attenzione verso i popoli considerati oppressi o marginalizzati nel sistema globale. I palestinesi diventano progressivamente un simbolo di questa condizione: un popolo senza Stato, inserito in un conflitto asimmetrico e percepito come vittima di un’ingiustizia storica.

In questa lettura, la questione palestinese assume un valore che va oltre il contesto mediorientale, diventando un riferimento universale per le battaglie sui diritti, sull’autodeterminazione e sulle disuguaglianze globali. Una narrazione che ha trovato spazio soprattutto nei movimenti progressisti e nei contesti accademici occidentali.

Gaza tra realtà economica e dinamiche di conflitto

La situazione della Striscia di Gaza contribuisce a rafforzare questa percezione. Il territorio presenta condizioni economiche estremamente difficili, segnate da alta disoccupazione, limitate opportunità produttive e una forte dipendenza dall’esterno.

Nel corso degli anni, una parte significativa della forza lavoro palestinese ha trovato occupazione in Israele, dove i livelli salariali sono più elevati rispetto a quelli disponibili all’interno della Striscia. Questo squilibrio economico evidenzia la distanza tra due realtà geograficamente vicine ma profondamente diverse in termini di sviluppo.

Allo stesso tempo, il contesto è segnato da una continua esposizione alla violenza, che assume forme diverse: da un lato l’azione di un esercito tecnologicamente avanzato, dall’altro quella di gruppi armati presenti sul territorio. Questa dinamica contribuisce a mantenere alta la tensione e a rendere ancora più complessa qualsiasi prospettiva di stabilità.

Una posizione tra identità politica e sensibilità contemporanea

Oggi il sostegno di una parte della sinistra italiana alla causa palestinese si colloca all’incrocio tra queste diverse dimensioni: l’eredità storica, l’evoluzione ideologica e la sensibilità verso le questioni umanitarie.

Non si tratta di una posizione monolitica, ma di un orientamento che continua a essere oggetto di dibattito anche all’interno dello stesso campo progressista. Le diverse interpretazioni riflettono approcci differenti alla politica internazionale, alla sicurezza e ai diritti, in un contesto globale sempre più complesso.

Comprendere queste radici aiuta a leggere in modo più articolato un fenomeno spesso ridotto a slogan, ma che in realtà affonda le sue motivazioni in decenni di storia politica e culturale.

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