
Giorgia Meloni alza il livello dello scontro con l’Europa e, dal vertice informale di Cipro, mette sul tavolo una linea più dura sui conti pubblici. La presidente del Consiglio non solo chiede maggiore flessibilità, ma lascia intendere che l’Italia è pronta a muoversi anche senza il via libera di Bruxelles. Il mancato rientro anticipato dalla procedura d’infrazione diventa così il punto di rottura di un rapporto già teso, mentre la crisi energetica continua a imporre nuove spese. In questo quadro, il governo italiano segnala che i vincoli europei rischiano di diventare incompatibili con le esigenze reali del Paese.
Il messaggio politico è chiaro: le risposte della Ue non bastano. Meloni parla di un’Europa che deve essere “più coraggiosa”, ma il sottotesto è una critica diretta all’impostazione attuale della Commissione. Le opzioni sul tavolo – dalla revisione degli Ets agli interventi sugli extraprofitti energetici – non soddisfano Roma, che chiede strumenti più incisivi e, soprattutto, la possibilità di non conteggiare alcune spese nel deficit. L’Italia prova a forzare il negoziato, sostenendo che senza una svolta vera il rischio è quello di comprimere la crescita e scaricare il costo della crisi su famiglie e imprese.
Il nodo dei conti
Sul fronte interno, Meloni non prende le distanze dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha evocato uno sforamento anche unilaterale. Alla domanda su un possibile scostamento di bilancio, la premier risponde: “Non escludo nulla, vediamo la prossima settimana”. Una frase che suona come un avvertimento a Bruxelles, perché lascia intendere che l’Italia è pronta a superare i limiti imposti se non arriveranno soluzioni condivise. Una scelta che potrebbe aprire uno scontro diretto con le istituzioni europee e mettere sotto pressione i mercati, ma che il governo considera ormai una carta da giocare.
Meloni difende comunque la tenuta dei conti italiani e respinge le critiche, sostenendo che “nessuno oggi può dire che l’Italia non abbia i conti in ordine”. Il problema, ribadisce, è il peso del passato, e in particolare quello del superbonus, che continua a gravare sui bilanci pubblici. “Io finirò di pagare i debiti del superbonus quando arriveranno le elezioni politiche”, afferma, indicando una linea temporale lunga e implicitamente accusando le scelte dei governi precedenti. Il messaggio è doppio: da un lato la rivendicazione di responsabilità, dall’altro la volontà di spostare su chi c’era prima la responsabilità dei vincoli attuali.
La partita con Bruxelles
Il confronto con l’Europa resta il vero terreno dello scontro. Senza aperture su energia e deficit, l’Italia rischia di trovarsi davanti a un bivio: rispettare rigidamente le regole o forzarle per sostenere l’economia. Meloni prova a spingere la Ue verso una soluzione più flessibile, ma allo stesso tempo prepara il terreno a un possibile strappo, nel caso in cui le trattative non portino risultati concreti.
In questo scenario, la strategia del governo appare sempre più esplicita: alzare la pressione su Bruxelles per ottenere margini di manovra, anche a costo di irrigidire i rapporti. La crisi energetica diventa così non solo un’emergenza economica, ma anche un banco di prova politico per ridefinire il rapporto tra Italia ed Europa. E il segnale che arriva da Cipro è netto: sui conti e sul deficit, Roma non intende più limitarsi a chiedere, ma è pronta a forzare.


