
Non è più solo una polemica culturale. È diventata una guerra politica, istituzionale e personale. Lo scontro tra il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco è arrivato al punto di non ritorno. Sul tavolo c’è il caso del Padiglione russo, ma ormai la partita si gioca su un piano molto più ampio: quello del controllo dell’istituzione e, soprattutto, della credibilità politica del ministro.
Gli ispettori e il caso Russia
L’invio degli ispettori del ministero della Cultura alla Biennale di Venezia segna una svolta. Non si tratta più di una semplice verifica tecnica, ma di un atto politico preciso: mettere sotto pressione la Fondazione e aprire la strada, se necessario, a un possibile commissariamento.
Al centro della contesa c’è la decisione di consentire la presenza del Padiglione russo alla prossima Esposizione Internazionale d’Arte. Una scelta considerata da Giuli e da gran parte delle istituzioni italiane ed europee incompatibile con il contesto geopolitico, dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il presidente Buttafuoco, però, non ha arretrato. Ha difeso la linea della Biennale parlando di rispetto delle norme e di apertura culturale, rivendicando il principio della non censura artistica. Una posizione che ha fatto esplodere lo scontro dentro la stessa area politica.
L’Europa si schiera e minaccia i fondi
A complicare ulteriormente il quadro è arrivata la presa di posizione della Commissione europea. Il commissario alla Cultura Glenn Micallef ha definito la presenza della Russia alla Biennale “profondamente incompatibile” con la linea dell’Unione, annunciando il possibile ritiro del contributo europeo da circa 2 milioni di euro.
Un segnale politico fortissimo che rafforza la linea dura di Giuli, ma allo stesso tempo alza la posta in gioco. Perché ora la vicenda non riguarda più solo un conflitto interno italiano, ma diventa un caso europeo.
La vera partita: i bilanci della Fondazione
Dietro la battaglia culturale si nasconde però un’altra partita, ancora più delicata: quella sui conti della Biennale. Il ministero ha chiesto di esaminare i bilanci della Fondazione, alla ricerca di eventuali irregolarità che possano giustificare un intervento straordinario.
È qui che si gioca la mossa decisiva. La normativa consente infatti lo scioglimento del consiglio di amministrazione in presenza di gravi irregolarità gestionali o squilibri economici rilevanti. In altre parole, il commissariamento può arrivare non solo per motivi politici, ma attraverso la leva amministrativa.
I funzionari stanno passando al setaccio documenti e spese. Si cercano anomalie, margini di intervento, possibili punti deboli. Ma Buttafuoco, almeno ufficialmente, si dice tranquillo: “È tutto squillante”, assicura.
Giuli si gioca la faccia
Il punto, però, è un altro. Questa non è una battaglia neutra per il ministro. Giuli si sta esponendo in prima persona, trasformando lo scontro in una prova di forza politica.
Se il commissariamento dovesse arrivare, il ministro potrebbe rivendicare di aver riportato la Biennale su una linea coerente con la politica internazionale italiana ed europea. Ma se non dovesse riuscirci, il rischio è opposto: apparire come un ministro incapace di imporre la propria linea a un ente formalmente autonomo, guidato da un presidente che, almeno fino a poco tempo fa, era considerato vicino.
È questo il vero nodo politico della vicenda. Non solo la Russia, non solo i fondi europei, non solo i bilanci. Ma la credibilità stessa del ministro della Cultura.
Una resa dei conti dentro la destra culturale
La crisi della Biennale racconta anche una frattura più profonda. Una divisione interna alla destra culturale tra chi sostiene una linea più allineata alle posizioni occidentali e chi rivendica un’autonomia artistica sganciata dalla politica internazionale.
Da una parte Giuli, sostenuto dalle istituzioni e dall’Europa. Dall’altra Buttafuoco, deciso a difendere l’indipendenza della Biennale. In mezzo, un’istituzione simbolo che rischia di trasformarsi in un campo di battaglia. E con una scadenza imminente: l’apertura dell’Esposizione, prevista a maggio. Il tempo stringe. E lo scontro è destinato ad arrivare fino in fondo.


