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“Li hanno trovati nella casa”. Avvelenate con la ricina, svolta nelle indagini: l’annuncio

Pubblicato: 04/05/2026 15:50

Proseguono le indagini sul presunto avvelenamento da ricina nella casa della famiglia Di Vita a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Gli esperti della polizia scientifica hanno effettuato un lungo sopralluogo nell’abitazione dove vivevano Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita.

L’ispezione, durata circa tre ore, si inserisce nell’inchiesta coordinata dalla Procura e mira a fare luce su un caso ancora avvolto da molti interrogativi. Gli investigatori sospettano che madre e figlia possano essere state esposte a una sostanza altamente tossica.

Durante il sopralluogo sono stati sequestrati cinque telefoni cellulari e un computer, dispositivi ritenuti fondamentali per ricostruire gli ultimi contatti e le relazioni delle vittime. Parte del materiale era in uso diretto alle due donne, mentre altri dispositivi appartenevano a membri della famiglia.

All’operazione erano presenti anche i consulenti di parte, tra cui i medici indagati e i familiari delle vittime, a conferma della delicatezza e della rilevanza dell’attività investigativa. Un passaggio cruciale per garantire trasparenza nelle operazioni.

Secondo quanto emerso, tra gli smartphone sequestrati figurano tre iPhone, un Samsung e uno Xiaomi. Tuttavia, solo due risultavano attivi e dotati di sim, mentre gli altri erano conservati in un cassetto. Uno dei telefoni funzionanti è stato ritrovato nella tasca di un giubbotto.

Il computer, invece, si trovava in cucina ed è stato prelevato insieme ad alcuni documenti cartacei ritenuti utili alle indagini. Tutto il materiale è stato raccolto con estrema attenzione per non alterare lo stato dei luoghi, ancora sotto sequestro.

I dispositivi saranno ora analizzati dal laboratorio digitale della Procura di Campobasso attraverso procedure di acquisizione forense, con l’obiettivo di recuperare dati, messaggi e comunicazioni utili a chiarire eventuali rapporti, tensioni o contatti sospetti.

Gli inquirenti puntano a ricostruire il contesto relazionale delle vittime, verificando anche l’ipotesi che il presunto avvelenamento possa essere stato causato da persone conosciute. Un’analisi che potrebbe rivelarsi decisiva per l’evoluzione del caso.

Come spiegato dalla procuratrice Elvira Antonelli, si tratta di attività investigative già pianificate ma avviate solo dopo i primi riscontri tossicologici. L’indagine entra ora in una fase più operativa, con accertamenti giudiziari destinati a integrare i dati scientifici e autoptici.

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