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“Sarà interrogato dopo l’intervista a Belve”. L’annuncio dopo la puntata, si muove la polizia

Pubblicato: 06/05/2026 16:11

Bologna, 6 maggio 2026 – Le dichiarazioni choc di Roberto Savi riaccendono i riflettori sulla stagione di sangue della Uno Bianca. Dopo l’intervista rilasciata a Francesca Fagnani durante la trasmissione Belve Crime su Rai 2, la Procura di Bologna ha deciso di muoversi: il capo della banda sarà interrogato nel carcere di Bollate, dove sta scontando l’ergastolo.

La magistratura acquisirà anche il video integrale dell’intervista televisiva, in cui l’ex poliziotto parla apertamente di presunte coperture istituzionali. Parole pesanti, che evocano scenari mai del tutto chiariti: “Prima hanno evitato che ci prendessero, poi ci hanno fatto prendere”, ha dichiarato Savi, insinuando il coinvolgimento dei servizi segreti.

Non restano fermi nemmeno i legali dei familiari delle vittime. Gli avvocati Luca Moser e Alessandro Gamberini annunciano una nuova iniziativa per chiedere verifiche su quanto emerso, a partire dal ruolo di Pietro Capolungo, il carabiniere ucciso nel 1991 durante la rapina all’armeria di via Volturno. Secondo Savi, Capolungo avrebbe avuto legami con ambienti dell’intelligence.

Il caso Uno Bianca, che tra il 1987 e il 1994 ha provocato 23 morti e 114 feriti, torna così al centro dell’attenzione giudiziaria e mediatica. Dopo oltre trent’anni di silenzi e verità parziali, le nuove dichiarazioni potrebbero aprire scenari inediti e riaccendere interrogativi mai sopiti.

Tra i filoni d’indagine della Procura emerge con forza il tema delle coperture e dei mandanti. Gli inquirenti vogliono capire se la banda abbia agito in autonomia o se sia stata, almeno in parte, strumento di operazioni più complesse. Le parole di Savi, tra allusioni e mezze ammissioni, sembrano indicare contatti frequenti e direttive ricevute dall’alto.

Un altro punto cruciale riguarda i misteriosi viaggi a Roma dell’ex poliziotto. “Passavo due o tre giorni a settimana nella capitale”, ha raccontato. Spostamenti che ora la Procura intende approfondire per chiarire eventuali collegamenti con ambienti istituzionali o apparati deviati.

Nel mirino degli investigatori c’è anche la possibile presenza di complici mai identificati. Testimonianze e atti processuali parlano di più persone coinvolte in alcune azioni della banda, come la strage del Pilastro o la rapina di via Volturno. Un elemento che rafforza l’ipotesi di una rete più ampia rispetto a quella già condannata.

A sostenere le nuove indagini arriva anche l’uso dell’intelligenza artificiale, che permette di riesaminare materiali e prove raccolti oltre trent’anni fa. Tecnologie moderne potrebbero far emergere dettagli rimasti invisibili all’epoca, offrendo nuove chiavi di lettura su uno dei capitoli più oscuri della cronaca italiana.

Sul piano istituzionale, il sindaco di Bologna Matteo Lepore parla di dichiarazioni “gravi” e ribadisce la vicinanza ai familiari delle vittime, sottolineando la necessità di fare piena luce. Duro anche il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad, che definisce le parole di Savi “offensive per il Paese e per la verità”, respingendo ogni tentativo di alimentare nuovi dubbi su fatti già accertati dalla giustizia.

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