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Garlasco, le prove contro Sempio: bigliettini, disegni e tracce. I pm: “Mentì per vent’anni”

Pubblicato: 10/05/2026 07:06

La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco si concentra ora su un fascicolo di cento pagine, letto in tre ore ad Andrea Sempio durante l’interrogatorio davanti alla procura di Pavia. L’indagato è rimasto in silenzio mentre il procuratore aggiunto Stefano Civardi gli contestava una lunga serie di elementi: bigliettini, appunti, disegni, intercettazioni, tracce biologiche, compatibilità con le impronte e presunte anomalie nella prima fase investigativa. Secondo i pm, Sempio avrebbe «mentito agli inquirenti fin dal 2007» e l’intercettazione del 14 aprile 2025 rafforzerebbe ogni indizio, collegandolo agli altri in un’unica ricostruzione accusatoria.

Il bigliettino nella spazzatura

Uno dei passaggi centrali riguarda un bigliettino autografo recuperato dai carabinieri il 27 febbraio 2025 nella spazzatura di Sempio, appena raggiunto dall’avviso. Per l’accusa, quegli appunti sarebbero collegati al giorno dell’omicidio di Chiara Poggi. Tra le frasi contestate compaiono “Inizio scoperta, da cucina a sala” e “tv che ripete assassino”. Parole che i magistrati mettono in relazione con il possibile movente dei video intimi e con una vecchia intercettazione del 2017, allora non trascritta, nella quale si sente: «Si sono filmati perché hanno visto dei filmati porno!».

Nel fascicolo entrano anche i presunti contatti anomali con alcuni carabinieri della cosiddetta “squadretta” e una frase pronunciata da Sempio al padre il 3 novembre 2025: «Mi ha proposto la roba… io… metto giù, chiamo Soldani, glielo dico». Per Civardi, quel passaggio rimanderebbe al ruolo del difensore dell’epoca, che avrebbe dato il proprio assenso alla “roba”, espressione letta dagli inquirenti dentro il quadro dell’affaire corruzione. Un altro elemento riguarda una lettera inviata nel 2018 da Daniela Ferrari ad Alberto Stasi, con l’espressione: «con i soldi e l’amicizia lo metti in culo alla giustizia».

Il disegno delle mani e il dna

Un altro punto riguarda un appunto attribuito a Giuseppe Sempio, padre dell’indagato, scritto mentre il perito Francesco De Stefano verbalizzava una teoria sul dna trovato sotto le unghie della vittima. Nell’appunto comparirebbe la frase «MAUS X RICERCA. MANO SINISTRA❞», accompagnata dal disegno di due mani. Oggi, secondo la consulenza Cattaneo, i «numerosi segni riconducibili a difesa passiva» indicherebbero che sotto le unghie di Chiara Poggi si sarebbe depositato il DNA dell’assassino.

La procura contesta poi a Sempio la compatibilità del piede con una Frau numero 42, modello che le sentenze hanno attribuito al killer di Garlasco. Nel corso dell’interrogatorio, l’indagato ha ascoltato senza rispondere anche le contestazioni sull’alibi, i nuovi accertamenti sull’impronta 33 e il profilo del Racis, ritenuto coerente con il tipo di violenza esercitata. Nei guai finisce anche Gennaro Cassese, già alla guida della compagnia carabinieri di Vigevano durante la prima indagine.

Il nodo riguarda il verbale di Sempio del 4 ottobre 2008, quello in cui comparve lo scontrino del parcheggio. Durante un’audizione, Civardi ha chiesto a Cassese se ricordasse un malore dell’indagato durante l’escussione. La risposta è stata: «Non lo posso escludere, ma non lo ricordo». Quando il magistrato gli ha mostrato gli atti di una chiamata al 118 per un attacco di lipotimia a Sempio, Cassese ha ripetuto: «Non ricordo». A quel punto Civardi gli ha letto l’articolo 371 bis del codice penale, sulle false informazioni al pubblico ministero.

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