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Avvelenate con la ricina, parroco interrogato per tre ore: cosa succede

Pubblicato: 15/05/2026 17:10

Esistono ombre che si allungano ben oltre i confini del lutto, insinuandosi tra le pieghe di una comunità che ancora fatica a trovare pace. Quando il silenzio di un piccolo centro viene interrotto dai passi pesanti dell’autorità giudiziaria, ogni parola pronunciata in precedenza assume un peso specifico differente, trasformandosi da semplice conforto a potenziale tassello di una verità ancora sepolta. Non si tratta solo di ricostruire movimenti o orari, ma di scavare nell’intimità di rapporti che apparivano lineari e che oggi, invece, sono sotto la lente di ingrandimento di chi ha il compito di fare luce. In questo scenario sospeso, dove la memoria collettiva si intreccia alle procedure tecniche, le figure che solitamente offrono asilo spirituale si ritrovano a dover rispondere a quesiti di natura ben più terrena. È un percorso tortuoso, fatto di confidenze sussurrate e testimonianze che cercano di dare un senso a ciò che, fino a ieri, sembrava appartenere soltanto alla sfera dell’imponderabile e del dolore privato.

Indagini a Pietracatella: il ruolo di Don Stefano

È durato tre ore l’interrogatorio di don Stefano Fracassi, il parroco di Pietracalla, paese di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia morte per avvelenamenti di ricina nei giorni a ridosso di Natale. Potrebbe essere una figura chiave per le indagini: è stato proprio lui a celebrare il funerale delle due donne, a gennaio. Per questo motivo, Fracassi è stato sentito dalla Squadra mobile di Campobasso per la prima volta. Il duplice omicidio di Pietracatella rimane un’inchiesta contro ignoti. Ecco perché gli investigatori stanno cercando di ricostruire gli ultimi contatti di Sara e Antonella prima della morte. Don Stefano assume un ruolo fondamentale. Antonella scelse lui per confidarsi lo scorso 25 dicembre, nel momento in cui la figlia Sara aveva iniziato a manifestare i primi malesseri. La Procura spera che tra le confidenze della donna, raccolte dal parroco, ci siano degli indizi, come possibili tensioni o la ricostruzione dei rapporti familiari.

La pista familiare rimane quella più probabile, secondo le indagini della Squadra mobile, che sta lavorando senza sosta per chiudere il cerchio attorno a una vicenda che ha scosso profondamente l’intera regione. Proseguono intanto gli interrogatori nel tentativo di intercettare ogni minimo dettaglio utile: ieri è stata sentita anche una vicina di casa delle vittime. Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, papà di Sara e marito di Antonella, sarà sentita in un quarto interrogatorio, probabilmente il prossimo lunedì. La donna ha rappresentato un punto di appoggio fondamentale nelle settimane successive alla tragedia, offrendo ospitalità ai familiari superstiti in un momento di estrema fragilità.

Infine, l’attenzione degli inquirenti torna a focalizzarsi di nuovo su Gianni e Alice Di Vita, l’altra figlia, che sono rimasti ospiti di Laura Di Vita fino a qualche giorno fa, quando i due si sono trasferiti a Campobasso. Il loro contributo è considerato essenziale per mappare con precisione il clima domestico e le abitudini quotidiane nei giorni precedenti al decesso. La presenza della ricina, una sostanza estremamente letale e non di facile reperibilità, suggerisce una pianificazione che la Squadra Mobile intende sviscerare attraverso il confronto costante tra le varie versioni fornite dai testimoni. Al momento, ogni elemento raccolto dal parroco e dai parenti prossimi viene analizzato con estrema cautela per verificare la coerenza dei racconti e individuare eventuali crepe in una narrazione che, finora, non ha ancora portato a un’iscrizione formale nel registro degli indagati. La comunità, intanto, attende risposte definitive su una fine tanto atroce quanto misteriosa.

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