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“Sapeva tutto”. Giusi Bartolozzi riappare e spara una bordata a Nordio: cosa succede

Pubblicato: 18/05/2026 19:46

Il panorama politico e giudiziario italiano si trova nuovamente al centro di una fitta rete di polemiche, retroscena e tensioni istituzionali. Al centro della tempesta c’è l’ex capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, magistrata ed ex deputata, la cui parabola recente offre uno spaccato nitido delle frizioni che possono consumarsi dietro le quinte di via Arenula. Attraverso una densa intervista, la figura che i corridoi della politica e della burocrazia ministeriale avevano ribattezzato come la zarina decide di rompere il silenzio, offrendo la propria versione dei fatti e respingendo le ricostruzioni giornalistiche che l’hanno dipinta come una figura autoritaria o come l’unica responsabile di alcune delle scelte più controverse del dicastero guidato da Carlo Nordio. Le sue parole aprono uno squarcio su vicende complesse, che spaziano dal delicato caso diplomatico e giudiziario legato ad Almasri fino alle dinamiche interne che regolano i rapporti di forza all’interno della maggioranza di governo e con la magistratura.

La smentita del ruolo di zarina e la permanenza al ministero

Il soprannome con cui Giusi Bartolozzi è stata evocata per mesi evoca un potere assoluto e una gestione centralizzata degli uffici di via Arenula, un’immagine che la diretta interessata rigetta con fermezza. Secondo la sua ricostruzione, l’etichetta di zarina non corrisponde alla realtà di una pubblica amministrazione in cui ogni decisione deve rispondere a criteri di responsabilità e gerarchia istituzionale. La magistrata sottolinea come gli ingressi e le uscite del personale, spesso descritti dalle cronache come frutto di sue epurazioni o di fughe di massa causate da un clima insostenibile, siano stati in realtà determinati esclusivamente dalle prerogative del ministro Carlo Nordio. L’obiettivo dichiarato era l’attuazione di un modello lavorativo rigoroso, finalizzato a seguire la linea di politica giudiziaria tracciata dall’esecutivo, un contesto nel quale non vi sarebbe stato spazio per personalismi o per collaboratori non in linea con gli obiettivi prefissati. Attualmente, nonostante le dimissioni dall’incarico di vertice, la sua presenza fisica all’interno del ministero continua a sollevare interrogativi, ma Bartolozzi chiarisce che si tratta di una permanenza tecnica e obbligata dalla legge, in attesa che le autorità preposte completino le procedure formali per il suo effettivo rientro in ruolo nella magistratura, pur non nascondendo che un eventuale futuro trasferimento a Londra come magistrato di collegamento rappresenterebbe una destinazione gradita.

Il legame con il ministro Nordio e il caso Almasri

Uno dei punti più caldi dell’intera vicenda riguarda il livello di condivisione delle scelte tra il capo di gabinetto e il guardasigilli, in particolare sul dossier relativo a Njeem Osama Almasri Hoabish, una questione complessa che ha generato non pochi imbarazzi istituzionali e che è finita sotto la lente della Procura della Repubblica. Bartolozzi ci tiene a precisare che la sua azione si è mossa sempre all’interno di una precisa linea di comando e che il ministro Carlo Nordio era perfettamente informato di ogni singolo passaggio. Viene così descritto un rapporto istituzionale continuo, trasparente e privo di versioni alternative, escludendo l’ipotesi che la struttura amministrativa abbia agito in totale autonomia o all’insaputa del vertice politico. Di fronte alle contestazioni della Procura di Roma, che ha evidenziato alcune incongruenze nelle ricostruzioni dei fatti, l’ex capo di gabinetto difende l’assoluta veridicità delle dichiarazioni rese ai pubblici ministeri, parlando di una vicenda complessa che i magistrati inquirenti avrebbero ridotto a frammenti isolati ed estrapolati dal contesto, incapaci di restituire la verità storica degli eventi.

La polemica sul plotone di esecuzione e lo scontro mediatico

La goccia che ha fatto traboccare il vaso e che ha accelerato l’uscita di scena di Giusi Bartolozzi è stata una controversa dichiarazione televisiva, durante la quale la magistrata ha fatto riferimento a un presunto plotone di esecuzione per invitare a votare sì a un quesito referendario. Quella frase, interpretata da molti come un attacco frontale e inaccettabile alla magistratura, viene oggi ridimensionata e spiegata come una riflessione amara sul rischio di una sovraesposizione mediatica anticipata rispetto ai reali accertamenti giudiziari. L’ex deputata rifiuta l’idea di doversi scusare con i colleghi magistrati, sostenendo che l’espressione sia stata isolata dal suo reale contesto, che era legato a una vicenda personale e dolorosa riguardante il suo stesso processo. Per dimostrare l’assenza di un intento ostile, viene citato il comportamento del consigliere del Csm Marco Bisogni, presente in studio durante la trasmissione, il quale non avrebbe manifestato alcuna reazione polemica al momento della dichiarazione, accompagnandola serenamente in aeroporto subito dopo il termine del programma televisivo.

Il tempismo in politica e l’inevitabilità delle dimissioni

Nel ripercorrere i momenti che hanno preceduto la formalizzazione del suo addio a via Arenula, Bartolozzi individua il suo errore principale non nella sostanza delle sue affermazioni, ma nella gestione dei tempi della comunicazione, un fattore che definisce cruciale all’interno delle dinamiche politiche. La mancata smentita immediata e la decisione di non chiarire subito il senso profondo della frase sul plotone di esecuzione avrebbero permesso la costruzione di un caso politico, trasformando uno spezzone video in uno strumento di attacco coordinato contro il governo, proprio in concomitanza con gli interventi della presidenza del consiglio sul referendum. La decisione di fare un passo indietro è maturata in un rapidissimo colloquio di pochissimi minuti con Carlo Nordio, smentendo le voci di riunioni infuocate durate ore. Questo distacco viene descritto con toni di profonda partecipazione emotiva, paragonabile all’atto di lasciare la mano di un bambino cresciuto con cura, a testimonianza del forte investimento personale e professionale profuso nel ruolo di capo di gabinetto.

Le insinuazioni sulla magistratura e sul giornalismo d’inchiesta

L’intervista non lesina frecciate e giudizi taglienti nei confronti di coloro che vengono individuati come i principali artefici della campagna mediatica e giudiziaria. Da un lato viene criticata l’azione della Procura, con un richiamo ironico al procuratore Francesco Lo Voi e ai suoi saluti portati al congresso di Magistratura Democratica, quasi a voler suggerire l’esistenza di una parzialità di fondo nelle indagini. Dall’altro lato, l’attenzione si sposta sul mondo del giornalismo televisivo d’inchiesta, incarnato dalla figura di Sigfrido Ranucci. Bartolozzi lancia una provocazione aperta sulla possibile futura candidatura politica del conduttore nelle file dell’opposizione di centrosinistra, accusando una parte della stampa di non cercare realmente la verità dei fatti ma di voler semplicemente orientare il giudizio del pubblico per colpire l’esecutivo. Nonostante le polemiche, viene ribadita la totale fiducia e la stima nei confronti della presidente Giorgia Meloni e la fedeltà assoluta al ministro Nordio, pur nella consapevolezza di aver pagato il prezzo di una narrazione mediatica deformata che ha preferito creare il mito della zarina piuttosto che valutare con serenità il lavoro di un servitore delle istituzioni.

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Ultimo Aggiornamento: 18/05/2026 20:02

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