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“A loro non serviva, ma…”. Sub italiani morti alle Maldive, l’ultimo mistero

Pubblicato: 19/05/2026 10:21

Le dinamiche legate alle spedizioni internazionali e all’esplorazione degli ecosistemi più remoti del pianeta continuano a sollevare interrogativi complessi, soprattutto quando la linea di confine tra l’attività di studio e l’iniziativa privata si fa estremamente sottile. La gestione dei protocolli di sicurezza e il rilascio delle relative documentazioni amministrative rappresentano da sempre un terreno scivoloso, dove le interpretazioni delle normative locali possono divergere in modo significativo da quelle degli operatori sul campo. Quando si organizzano missioni in contesti ambientali caratterizzati da forti insidie, la chiarezza dei ruoli e la tracciabilità delle presenze diventano elementi cardine per garantire la regolarità delle operazioni. Spesso, la burocrazia internazionale si scontra con la necessità di risposte immediate, aprendo un dibattito profondo sulle responsabilità oggettive e sulla reale portata delle autorizzazioni concesse dai governi ospitanti, mentre gli esperti tentano faticosamente di fare luce su vicende che scuotono l’opinione pubblica e il mondo scientifico.

Il giallo dei permessi e la gestione della spedizione

Emerge un ulteriore mistero nella tragedia dei cinque esperti sub italiani morti il 14 maggio alle Maldive, nella grotta Devana Kandu vicino ad Alimanthaa, nell’atollo di Vaau: quello dei permessi per immergersi a quelle profondità e con quelle insidie. Mancano infatti ancora certezze assolute sulle autorizzazioni. Oltre a mancare i corpi di quattro di loro, rimasti nella grotta e per il recupero dei quali serviranno ancora cautela e diversi giorni di lavoro. Per Gianluca Benedetti, 44 anni, di Padova, operation manager dell’agenzia Albatros Top Boat di Verbania, l’uomo che ha guidato l’immersione, “il problema non si pone, in quanto guida. Per gli altri quattro sì, perché si trattava di una attività scientifica, al di là del fatto che fosse un’immersione”. A spiegarlo è Orietta Stella, la legale della stessa Albatros Top Boat, che ha venduto il pacchetto per la crociera scientifica e che da domenica è a Malè.

Sul possesso delle autorizzazioni le fonti però non concordano affatto. “Non facevano parte della missione scientifica Giorgia Sommacal, 23 anni, studentessa dell’Università di Genova, e Federico Gualtieri, stessa età, neolaureato magistrale all’Università di Genova in Biologia ed Ecologia marina” ha informato ufficialmente l’Ateneo ligure, ribadendo con fermezza che “l’attività di immersione subacquea, nel corso della quale si è verificato l’incidente, non rientrava nelle attività previste dalla missione scientifica, ma è stata svolta a titolo personale”.

Le verifiche sui documenti e le qualifiche del gruppo

Mohamed Hussain Shareef, il portavoce del presidente delle Maldive, Mohamed Muizzu, aveva riferito invece domenica che “tre dei cinque subacquei coinvolti sono menzionati come parte del team di ricerca”, ovvero Monica Montefalcone, 51 anni, docente in Ecologia all’ateneo di Genova, la ricercatrice Muriel Oddenino, 31 anni, di Poirino, nel Torinese, e il giovane Gualtieri, di Omegna. La visione approfondita delle carte da parte degli inquirenti darà finalmente una certezza legale.

Sulla necessità o meno di autorizzazioni specifiche intanto interviene nuovamente l’avvocato Stella: “Sulla Duke of York c’erano venti persone e tre dive master, più Benedetti, che era istruttore, il più alto in grado sullo yacht. I ricercatori, sotto il coordinamento della professoressa Montefalcone, si immergevano a gruppi, ciascun gruppo con una guida. Il permesso di cui si parla non è per le immersioni, ma per l’attività scientifica: viene da sé che ad averlo dovessero essere i ricercatori e non le guide. Così come è scontato che i ricercatori non si immergessero senza guide”.

“Il permesso per le varie attività di ricerca – aggiunge Stella – era stato rilasciato dal governo maldiviano al gruppo scientifico. È un’autorizzazione amministrativa e resta il problema che non fa riferimento alla profondità e non è esplicitato se potessero fare missioni esplorative. Mi sembra però che il governo maldiviano l’abbia interpretato in maniera ampia: dove non si richiama un divieto, c’è la deroga”.

L’avvocato precisa poi la composizione tecnica dei presenti a bordo del natante: “Delle guide che erano in barca, tre di esse erano dive master, cioè con brevetto immediatamente inferiore all’istruttore, e uno solo, Benedetti, era istruttore. Fra gli ospiti, quanto ai brevetti, erano i più vari: dall’open water, primo livello, all’advanced, all’aiuto istruttore, ai dive master e all’istruttore. Il gruppo delle venti-ventiquattro persone era suddiviso per abilità subacquea e andavano in acqua con una guida, alla profondità consentita dal loro brevetto”.

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