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Flotilla per Gaza, Tony La Piccirella: “Israele non conosce limiti, cos’è successo in carcere”

Pubblicato: 20/05/2026 17:13

“Non esiste più una linea rossa, c’è un’escalation di violenza e continuerà finché non ci sarà una risposta politica seria e concreta”. Con queste parole Tony La Piccirella, veterano delle missioni navali umanitarie dirette verso Gaza e membro del comitato direttivo della Global Sumud, descrive la situazione dopo l’intercettazione dell’ultima imbarcazione della Flotilla e il fermo di centinaia di attivisti arrivati in Israele.

La Piccirella, che in passato è stato più volte intercettato dalle autorità israeliane mentre tentava di raggiungere la Striscia con missioni umanitarie, guarda con preoccupazione alla sorte dei 428 attivisti trasferiti nel porto israeliano. Secondo il suo racconto, l’ultimo intervento contro la nave Sirius rappresenterebbe un ulteriore salto di livello nelle modalità operative utilizzate.

“Una manovra che ha messo a rischio delle vite”

L’attivista sostiene che l’imbarcazione sia stata speronata attraverso una tecnica nota come “radiocutting”, una manovra nella quale la prua della nave che effettua l’abbordaggio punta direttamente verso quella intercettata.

“Hanno usato una motovedetta d’attacco contro una piccola barca a vela con a bordo persone disarmate e con le mani alzate in segno di resa”, afferma La Piccirella, definendo l’operazione “una manovra a rischio vita”.

Il timore per gli attivisti fermati

Secondo il membro della Global Sumud, le autorità israeliane potrebbero applicare le procedure accelerate di espulsione approvate dalla Knesset alla fine di marzo, che prevedono il rimpatrio degli attivisti in tempi molto rapidi.

“Probabilmente quella normativa è stata pensata proprio per le flotille, per evitare che attirino troppa attenzione internazionale”, osserva, sottolineando tuttavia come la gestione di centinaia di persone contemporaneamente renda difficile prevedere cosa accadrà nelle prossime ore.

Il racconto delle precedenti intercettazioni

Nel corso dell’intervista La Piccirella ha ricordato anche la propria esperienza personale. Dopo un’intercettazione avvenuta lo scorso ottobre, racconta di essere stato trasferito ad Ashdod insieme ad altri attivisti.

“Siamo rimasti per ore inginocchiati a terra, ammanettati e costretti a tenere la testa abbassata. Chi parlava o si muoveva veniva allontanato e malmenato”, sostiene.

Nel suo racconto emerge anche il contrasto tra le dichiarazioni pubbliche di esponenti politici israeliani e l’atteggiamento degli uffici dell’immigrazione, che avrebbero cercato di ottenere rapidamente la firma dei documenti per l’espulsione.

Le accuse di abusi

La parte più dura dell’intervista riguarda le presunte violazioni subite dagli attivisti durante le detenzioni.

La Piccirella afferma di essere stato trattenuto in isolamento per oltre trenta ore senza cibo dopo l’intercettazione di aprile e racconta di aver assistito o subito, in diverse occasioni, privazioni del sonno, dell’acqua e del cibo, oltre a minacce e violenze fisiche e psicologiche.

Le accuse formulate dall’attivista sono particolarmente gravi e riguardano anche presunti pestaggi, l’uso di proiettili di gomma e abusi sessuali. Si tratta di dichiarazioni che, al momento, rappresentano la sua testimonianza e che richiedono eventuali verifiche da parte delle autorità competenti.

“La paura arriva quando sei da solo”

Pur avendo partecipato a numerose missioni, La Piccirella ammette che la paura non è mai del tutto assente.

“Quando sei con gli altri ti senti protetto. Quando ti mettono in isolamento hai paura che possa succederti qualsiasi cosa”, spiega.

“Dobbiamo mantenere alta l’attenzione”

L’attivista ritiene che alcuni partecipanti possano essere più vulnerabili di altri, in particolare coloro che provengono da Paesi con minore peso diplomatico. Tuttavia, sottolinea che in un contesto caratterizzato da una crescente tensione “potrebbe succedere di tutto”.

Per La Piccirella, la priorità adesso è evitare che la vicenda scompaia dal dibattito pubblico.

“È fondamentale mantenere alta l’attenzione, informare e mobilitarsi”, conclude. “Perché è nel silenzio che aumenta la possibilità di abusi”.

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