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Cuba, la Nimitz nei Caraibi: l’ombra americana torna sull’Avana

Pubblicato: 21/05/2026 15:01

La tensione tra Cuba e Stati Uniti entra in una fase nuova, con l’arrivo nei Caraibi della portaerei a propulsione nucleare Nimitz e del suo gruppo d’attacco. La mossa del Comando Sud americano arriva nelle stesse ore in cui Washington ha formalizzato l’incriminazione dell’ex presidente Raúl Castro per l’abbattimento di due aerei di esuli avvenuto trent’anni fa. All’Avana il clima è quello dell’attesa più cupa, alimentato da una serie di segnali politici, militari e diplomatici che il governo cubano interpreta come parte di una pressione crescente da parte dell’amministrazione Trump.

La comunicazione del Southcom, diffusa con un messaggio pubblico sui social, è stata letta come una dimostrazione di forza in un momento già carico di sospetti. Secondo la ricostruzione riportata dalla stampa americana, la Nimitz dovrebbe servire soprattutto come strumento di pressione, non come piattaforma per un’operazione militare su larga scala. Ma il precedente venezuelano pesa sullo scenario. Il dispiegamento della portaerei Gerald Ford prima del raid di Caracas e della cattura di Nicolas Maduro resta un paragone inevitabile per chi osserva da Cuba i movimenti del Pentagono nella regione.

La pressione americana su Cuba

La portaerei arrivava da settimane di navigazione lungo la costa sudamericana, dove aveva partecipato a esercitazioni pianificate con la Marina brasiliana. Proprio per questo, da Washington si insiste sul carattere programmato della missione. Tuttavia, la coincidenza con l’incriminazione di Raúl Castro ha rafforzato la convinzione cubana che non si tratti di un passaggio ordinario. Una parte della potenza militare americana già schierata nei Caraibi durante l’operazione contro Maduro avrebbe lasciato l’area per essere ridistribuita nel conflitto con l’Iran, ma la presenza della nave d’assalto anfibio Tripoli conferma che gli Stati Uniti mantengono ancora asset strategici nella regione.

A rendere il quadro ancora più teso sono state le parole di Donald Trump, che ha parlato apertamente di liberazione di Cuba e ha evocato la presenza americana sull’isola, citando anche il ruolo della Cia e l’origine cubana di Marco Rubio. Frasi che hanno immediatamente acceso la rete e alimentato l’ipotesi di attività già in corso per destabilizzare il regime. I canali ufficiali cubani, intanto, hanno diffuso immagini delle difese contraeree in stato di massima allerta, mostrando sistemi missilistici di epoca sovietica come il Pechora-M1, simbolo di una Cuba che si prepara a resistere con gli strumenti della sua lunga storia militare.

L’Avana chiama la piazza, Mosca e Pechino alzano la voce

Il governo cubano ha convocato per venerdì una manifestazione di massa davanti all’ambasciata statunitense all’Avana, nella Piazza Anti-imperialista José Martí, sul Malecón. La mobilitazione servirà a condannare le accuse e le sanzioni americane contro Raúl Castro, ma anche a mostrare unità interna in una fase che il regime presenta come una nuova offensiva di Washington contro la sovranità dell’isola. La piazza diventa così, ancora una volta, il luogo della risposta politica cubana, in continuità con una liturgia antiamericana che accompagna la storia della Revolución da oltre sessant’anni.

La crisi ha già assunto una dimensione internazionale. La Cina ha chiesto agli Stati Uniti di smettere di usare la giustizia come strumento di pressione contro Cuba, mentre la Russia ha ribadito il proprio sostegno all’Avana attraverso la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova. Anche la Spagna, con il ministro degli Esteri Albares, ha respinto l’ipotesi dell’uso della forza per modificare il destino politico dell’isola, sottolineando che solo il popolo cubano può decidere liberamente il proprio futuro. Nel giro di poche ore, la portaerei Nimitz è così diventata il simbolo di una crisi che riporta i Caraibi al centro della geopolitica mondiale.

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