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“Ecco perché l’ho ucciso”. Capo ultrà morto in Italia, arriva la clamorosa svolta: la confessione

Pubblicato: 26/05/2026 12:14

MILANO – Una confessione durissima, arrivata direttamente davanti alla Corte d’Assise di Milano. Daniel D’Alessandro, conosciuto negli ambienti ultras come “Bell’e Buono”, ha ammesso le proprie responsabilità nell’omicidio di Vittorio Boiocchi, storico capo della curva nord interista assassinato il 29 ottobre 2022 sotto casa. Il presunto sicario ha raccontato di aver agito per denaro, travolto dalla dipendenza dalla cocaina e manipolato dagli ambienti criminali legati al tifo organizzato.

Durante l’udienza presieduta dal giudice Antonella Bertoja, D’Alessandro ha parlato in collegamento dal carcere chiedendo scusa ai familiari della vittima. “Ho esploso io i colpi. L’ho fatto per 15-16mila euro”, ha dichiarato davanti alla Corte, confermando uno dei passaggi centrali dell’inchiesta sul delitto che ha sconvolto il mondo ultras milanese e la tifoseria dell’Inter.

Nel suo racconto, l’imputato ha spiegato di non sapere nemmeno chi fosse Vittorio Boiocchi. “Mi dissero solo dove arrivava e come si muoveva”, ha riferito, sostenendo di essere stato inizialmente coinvolto come semplice autista. Secondo la sua versione, sarebbe stato Marco Ferdico a trascinarlo nel piano criminale promettendogli soldi facili in cambio della disponibilità totale alle richieste del gruppo.

D’Alessandro ha più volte sottolineato la propria dipendenza dalla droga, descrivendo una vita fatta di eccessi, notti senza dormire e abuso continuo di cocaina. “Dalla sera prima dell’omicidio avevo assunto droga senza fermarmi”, ha raccontato. Una condizione che, secondo quanto emerso in aula, avrebbe compromesso lucidità e capacità di valutare la gravità delle proprie azioni.

Il presunto killer ha poi ricostruito le ore precedenti all’agguato. Lui e Simone Simoncini avrebbero raggiunto un appartamento dove trovarono abiti, pistole e tutto il necessario per l’esecuzione. “Ci dissero che era arrivato il giorno”, ha spiegato, descrivendo un’organizzazione già pronta e pianificata nei minimi dettagli per colpire il leader ultras davanti alla sua abitazione.

Uno dei passaggi più inquietanti riguarda il momento dell’esecuzione. D’Alessandro ha raccontato di aver preso in mano la situazione vedendo l’esitazione del complice. “Gli dissi: scarrellami la pistola, vado io”, ha confessato. Pochi istanti dopo sarebbero partiti i colpi mortali contro Boiocchi mentre stava entrando nel palazzo, in un agguato che sconvolse Milano e il mondo del calcio italiano.

Subito dopo il delitto, i due esecutori si sarebbero allontanati a bordo di un furgone. L’arma utilizzata sarebbe stata gettata in un laghetto per cancellare le tracce. D’Alessandro ha raccontato di essersi poi rifugiato in Calabria seguendo le indicazioni ricevute dagli organizzatori dell’omicidio. Una volta rientrato a Milano, avrebbe ricevuto altro denaro da Gianfranco Ferdico.

Nel corso della deposizione è emerso anche un secondo scenario inquietante: un presunto piano per eliminare Andrea Beretta, altro nome di peso della curva nord interista. D’Alessandro ha dichiarato di averlo avvertito personalmente del rischio imminente. “Sapevo che volevano uccidere anche me”, ha raccontato, sostenendo che alcuni protagonisti della vicenda volessero eliminare ogni possibile testimone scomodo.

Anche Andrea Beretta, oggi collaboratore, ha parlato davanti ai giudici spiegando le ragioni della sua scelta di collaborare con la magistratura. Arrestato nel 2024 anche per l’omicidio di Antonio Bellocco, Beretta ha ammesso di aver vissuto per anni in una spirale di violenza e minacce. Il processo sull’omicidio di Vittorio Boiocchi continua così a far emergere nuovi dettagli sui rapporti tra criminalità, droga e tifo organizzato, in una vicenda destinata a lasciare un segno profondo nella storia recente della curva interista.

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