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Avvelenate dalla ricina, svolta nelle indagini: interrogati per ore! Propio loro

Pubblicato: 27/05/2026 12:46

L’inchiesta sul drammatico caso di Pietracatella, in provincia di Campobasso, sta registrando una netta accelerazione. Il mistero che circonda la tragica morte di Antonella Di Ielsi e della sua giovane figlia Sara Di Vita, entrambe stroncate da un letale avvelenamento da ricina, sembra essere arrivato a un punto di svolta decisivo. Nelle ultime ore, gli investigatori della Questura molisana hanno intensificato le attività d’indagine, concentrandosi in modo particolare sulla cerchia familiare più stretta delle vittime e avviando una complessa serie di accertamenti tecnici e scavi approfonditi sui tabulati e sulle memorie dei dispositivi informatici sequestrati. L’obiettivo primario di questa massiccia operazione è quello di ricostruire con precisione millimetrica la cronologia degli eventi e verificare la solidità degli alibi forniti dai principali protagonisti di questa triste vicenda.

Nuovi interrogatori in questura

Il fulcro delle recenti attività investigative ha visto protagonisti Alice Di Vita e suo padre Gianni, rispettivamente sorella e marito delle due vittime. La diciannovenne Alice è stata sottoposta a un lunghissimo colloquio durato oltre due ore, segnando così il suo terzo passaggio formale davanti agli inquirenti. Subito dopo è stato il turno del padre Gianni Di Vita, noto commercialista locale ed ex sindaco del comune, il cui esame si è protratto per molte ore concludendosi soltanto in tarda serata. Per l’uomo si è trattato del quarto interrogatorio dall’inizio dell’indagine. Sebbene dal punto di vista prettamente formale e giuridico entrambi figurino attualmente come parti offese all’interno del fascicolo d’indagine, la loro posizione e le loro dichiarazioni rimangono inevitabilmente centrali per chi indaga. Le domande degli inquirenti si sono concentrate sulla minuziosa ricostruzione dei giorni immediatamente precedenti al decesso delle due donne, cercando eventuali incongruenze o dettagli precedentemente omessi che possano indirizzare le responsabilità in modo univoco.

Le tracce digitali sotto la lente

Oltre alle testimonianze dirette, che hanno già coinvolto più di cento persone informate sui fatti, la Procura sta puntando moltissimo sull’analisi delle prove tecnologiche. Un passo avanti fondamentale è stato compiuto grazie alla piena collaborazione di padre e figlia, i quali hanno fornito spontaneamente i codici di sblocco di tutti i dispositivi elettronici rinvenuti e sequestrati all’interno dell’abitazione di famiglia. Questa mossa ha permesso ai tecnici specializzati della polizia giudiziaria di effettuare delle copie forensi complete degli smartphone, compresi gli apparecchi che erano in uso alle due vittime prima del decesso. L’attenzione degli esperti informatici è ora focalizzata sulla lettura approfondita delle chat di messaggistica, sulla cronologia delle ricerche online, sulle note personali e sui dati relativi alla geolocalizzazione, elementi considerati fondamentali per mappare gli spostamenti e capire se vi fossero stati segnali premonitori o contatti sospetti nelle settimane antecedenti al dramma.

Il mistero dei pasti natalizi

Un altro filone investigativo particolarmente delicato riguarda le abitudini domestiche della famiglia Di Vita e i pasti consumati durante il periodo delle festività. Per fare luce su questo specifico aspetto, la polizia ha ascoltato il consulente informatico nominato dalla famiglia e ha convocato in questura persino una zia ultranovantenne di Gianni, conosciuta da tutti come zia Isuccia. La donna è stata sentita approfonditamente in merito alla gestione della casa e alla preparazione della cena del 23 dicembre e dei successivi pasti della Vigilia di Natale. Questi momenti conviviali sono finiti sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori per capire come e quando la sostanza tossica possa essere stata assunta dalle due donne, anche se va specificato che al momento nessuno degli altri partecipanti a quei pranzi o a quelle cene ha manifestato alcun tipo di malessere o sintomo di avvelenamento.

Le due direttrici della magistratura

L’intera architettura giudiziaria si muove attualmente su due binari paralleli ma con pesi specifici molto differenti. Il primo fascicolo, che ipotizza il reato di duplice omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dall’impiego di sostanze venefiche, ipotizza l’azione mirata di una mente criminale e sta portando gli inquirenti a non escludere nemmeno la pista di una figura esterna alla famiglia che fosse a conoscenza delle abitudini della casa. Il secondo filone, aperto inizialmente per omicidio colposo, vede invece iscritti nel registro degli indagati cinque medici che avevano avuto in cura le due donne prima del decesso. Tuttavia, quest’ultima ipotesi legata a una presunta malasanità o a un errore diagnostico appare sempre più marginale e destinata all’archiviazione, soprattutto dopo che i primi esami tossicologici hanno confermato in modo inequivocabile la massiccia presenza di ricina nel sangue di Antonella e Sara.

Per mettere un punto fermo sull’esatta causa della morte e sulle modalità di somministrazione del veleno, la Procura di Larino resta in attesa della relazione finale dell’autopsia. L’incarico è stato affidato al medico legale Benedetta Pia De Luca, che si sta avvalendo del supporto tecnico di due figure di altissimo profilo scientifico, ovvero il tossicologo Carlo Locatelli e il chimico forense Daniele Merli. Il pool di esperti ha ricevuto il compito specifico di chiarire la dinamica temporale dell’avvelenamento, definendo se la ricina sia stata somministrata in un’unica soluzione letale o attraverso micro-dosi ripetute nel tempo. La scadenza per il deposito della perizia ufficiale è stata fissata per il 30 giugno, una data che gli investigatori ritengono cruciale per incrociare i dati scientifici con i risultati delle analisi sui telefoni e chiudere definitivamente il cerchio attorno al responsabile.

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Ultimo Aggiornamento: 27/05/2026 12:57

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