
Yaber Naggay, nato in Italia da una famiglia di origini marocchine, recentemente è stato fermato a Reggio Emilia con l’accusa di essere un sostenitore conclamato dello Stato Islamico. Le indagini degli inquirenti descrivono un quadro di imminente pericolo, in cui il ragazzo avrebbe accettato la proposta di un reclutatore del Daesh per ricevere un addestramento mirato a compiere un attentato sul suolo nazionale. La prontezza dell’intervento delle forze dell’ordine ha evitato che la situazione degenerasse, considerando che, secondo le prime ricostruzioni, il giovane era pronto ad agire a brevissimo giro. La vicenda ha suscitato un acceso dibattito pubblico, dividendo l’opinione tra chi vede nella sicurezza nazionale la priorità assoluta e chi mette in evidenza le fragilità mentali del ragazzo e la presunta strumentalizzazione politica del caso.
Il profilo dell’indagato e il precedente tedesco
La storia di Yaber Naggay non inizia a Reggio Emilia, ma affonda le sue radici in un passato recente vissuto in Germania, dove la sua famiglia si era trasferita anni prima. Già nel corso del 2024, il giovane era finito sotto la lente di ingrandimento delle autorità tedesche a causa delle sue esplicite dichiarazioni di vicinanza all’Isis. Questo comportamento aveva portato al suo arresto in territorio tedesco e alla successiva espulsione verso l’Italia, paese in cui è nato e dove manteneva una base legale. Una volta rientrato, il ventidue enne era stato inserito all’interno del circuito di assistenza di un Centro di Salute Mentale proprio a Reggio Emilia, evidenziando una situazione di profondo disagio psichico che si intrecciava drammaticamente con le sue derive ideologiche.
La reazione della famiglia e le accuse di strumentalizzazione
Di fronte alla durezza del provvedimento giudiziario e all’eco mediatica sollevata dal caso, la famiglia del giovane ha espresso una netta e dolorosa contrarietà. In particolare, il fratello di Naggay ha rilasciato dichiarazioni polemiche, accusando apertamente le istituzioni e i media italiani di voler cavalcare la vicenda per alimentare un clima di odio e intolleranza. Secondo la sua visione, la condizione di estrema vulnerabilità del fratello sarebbe stata ignorata per trasformare un caso medico in un enorme spauracchio terroristico. La famiglia, che in passato era perfettamente integrata nel tessuto sociale emiliano prima del trasferimento in Germania, si sta ora riorganizzando per rientrare in Italia e garantire supporto legale e psicologico al ragazzo, attualmente recluso in regime di custodia cautelare.
Le perizie psichiatriche e il confine della pericolosità
Il nodo centrale di tutta la vicenda giudiziaria ruota attorno alla reale capacità di intendere del giovane e alla natura delle sue minacce. Nel corso degli anni, gli specialisti che lo hanno avuto in cura hanno formulato diagnosi discordanti, che complicano la definizione del suo profilo di pericolosità sociale. Da un lato, una diagnosi parlava di un difetto nello sviluppo della personalità associato a tratti autistici, declassando i suoi proclami a favore dello Stato Islamico a semplici fantasie immaginarie tipiche di una mente disturbata. Dall’altro, una successiva valutazione specialistica non ha escluso la possibilità che il ragazzo, proprio a causa della sua fragilità e suggestionabilità, potesse trasformarsi in un gregario operativo pronto a prendere parte ad azioni violente o ad attentati.
A confermare la drammaticità degli eventi e l’imminenza del pericolo sono stati gli ultimi messaggi inviati dallo stesso Naggay alla madre poco prima del fermo. Nello sfogo scritto, il giovane manifestava un profondo malessere psicologico, annunciando l’intenzione di recarsi in centro città armato di coltello per aggredire i passanti. Questa richiesta di aiuto, seppur velata di violenza, ha spinto la madre a contattare immediatamente le forze dell’ordine per scongiurare una potenziale strage. Gli agenti di polizia si sono attivati con un blitz rapidissimo, rintracciando il ventidue enne prima che potesse effettivamente entrare in possesso di un’arma o mettere in atto i suoi propositi bellicosi, ponendo fine a una situazione ad altissimo rischio per l’incolumità pubblica.


