
La scena non è più quella di una base militare siciliana circondata dai fucili, ma il senso politico è simile. C’è un momento, nei rapporti tra Italia e Stati Uniti, in cui l’amicizia atlantica non basta più a coprire tutto. Non basta a cancellare l’orgoglio nazionale, non basta a neutralizzare l’umiliazione pubblica, non basta a trasformare ogni tensione in una normale divergenza tra alleati. Da Sigonella in poi, la storia italiana è attraversata da una domanda ricorrente: fino a che punto Roma può restare fedele a Washington senza apparire subordinata a Washington?
La crisi aperta dalle parole di Donald Trump contro Giorgia Meloni, con la risposta della premier e la decisione di Antonio Tajani di annullare il viaggio negli Stati Uniti, si inserisce in questa lunga traiettoria. Non è, almeno per ora, la rottura strategica più grave tra i due Paesi. Non ci sono aerei militari, morti, processi, basi Nato o dossier di intelligence. Ma sul piano dialettico, simbolico e pubblico, potrebbe essere uno dei punti più alti dello scontro. Perché non riguarda una guerra lontana o una procedura giudiziaria, ma la dignità politica del governo italiano davanti all’opinione pubblica mondiale.
Sigonella, il giorno in cui Craxi disse no
Il precedente fondativo resta Sigonella, ottobre 1985. Dopo il sequestro dell’Achille Lauro e l’uccisione di Leon Klinghoffer, gli Stati Uniti intercettano l’aereo egiziano su cui viaggiano i terroristi palestinesi e lo costringono ad atterrare nella base siciliana. Washington vuole prendere in consegna i responsabili. Bettino Craxi si oppone. Sostiene che il reato è avvenuto su una nave italiana e che quindi spetta all’Italia esercitare la propria giurisdizione. La notte di Sigonella diventa così molto più di una crisi diplomatica. Diventa un gesto di sovranità.
In quell’episodio c’è già tutto il dramma dei rapporti italo-americani. L’Italia è dentro la Nato, ospita basi americane, appartiene al blocco occidentale, ma non vuole essere trattata come un territorio accessorio dell’impero. Craxi, che non è antiamericano, interpreta una linea nazionale dentro l’alleanza. Non mette in discussione l’Occidente, ma rifiuta l’automatismo dell’obbedienza. Da quel momento, ogni volta che Roma e Washington entrano in collisione, il fantasma di Sigonella torna come misura del coraggio politico italiano.
Negli anni successivi, però, la frattura non prende quasi mai la forma eroica di quella notte. Più spesso diventa dolore, imbarazzo, impotenza. Nel 1998 la tragedia del Cermis apre una ferita profondissima. Un aereo militare americano, partito da Aviano, trancia il cavo della funivia del Cavalese e provoca la morte di venti persone. L’Italia si sente colpita in casa propria, non da un nemico, ma da un alleato. Il caso giudiziario negli Stati Uniti e la percezione di una giustizia insufficiente alimentano una rabbia nazionale che non è solo antiamericana. È la sensazione di un Paese che vede la propria vita civile esposta agli errori di una potenza più grande.
Poi arriva il Kosovo, nel 1999, con il governo D’Alema chiamato a sostenere l’intervento Nato contro la Serbia. La lacerazione è soprattutto interna, perché una parte della sinistra italiana vive quell’intervento come una contraddizione dolorosa. Il Paese ospita basi, partecipa alla macchina occidentale, ma la cultura politica italiana non ha mai metabolizzato fino in fondo l’idea della guerra come strumento ordinario dell’ordine internazionale. È un passaggio decisivo, perché mostra che la tensione con gli Stati Uniti non nasce soltanto da episodi bilaterali. Nasce anche dal rapporto irrisolto dell’Italia con la forza, con la guerra, con la propria collocazione nel mondo.
Con l’Iraq, nel 2003, la frattura diventa ancora più evidente. Il governo Berlusconi sceglie una linea di vicinanza agli Stati Uniti di George W. Bush, ma l’opinione pubblica italiana è attraversata da una mobilitazione enorme contro la guerra. L’Italia non partecipa all’invasione iniziale come forza combattente, ma entra nella fase successiva della missione. È un compromesso tipicamente italiano, fedeltà strategica e disagio politico insieme. L’America resta alleata, ma la sua guerra viene percepita da larghi settori del Paese come un errore, un abuso, una prova di arroganza imperiale.
In quegli stessi anni esplode il caso Abu Omar, forse una delle pagine più inquietanti del rapporto tra sovranità italiana e apparati americani. Il rapimento dell’imam egiziano a Milano, la consegna straordinaria della Cia, il passaggio da Aviano e poi verso l’Egitto mostrano un’altra dimensione della frattura. Non più soltanto la guerra, non più soltanto le basi, ma il territorio italiano usato come spazio operativo di una logica di sicurezza americana. La giustizia italiana prova a fare luce, ma il segreto di Stato e la ragion di Stato trasformano il caso in un labirinto. Ancora una volta, alleanza e sovranità entrano in collisione.
Nel 2005 arriva la morte di Nicola Calipari, ucciso a Baghdad da soldati americani mentre accompagnava verso l’aeroporto Giuliana Sgrena appena liberata. È una tragedia che unisce il Paese nel dolore e riapre la domanda più amara. Che cosa accade quando un servitore dello Stato italiano muore per mano dell’esercito alleato? La risposta ufficiale americana parla di incidente, ma in Italia resta la percezione di una verità incompleta, di una collaborazione non pienamente leale, di un sacrificio nazionale non riconosciuto fino in fondo. Calipari diventa così il nome di un patriottismo ferito.
L’antiamericanismo italiano, amore rovesciato e sospetto antico
Per capire perché ogni crisi con Washington abbia in Italia una risonanza così forte, bisogna guardare alla cultura nazionale. L’antiamericanismo italiano non è mai stato una cosa sola. È stato comunista, cattolico, nazionalista, postfascista, pacifista, terzomondista, intellettuale, provinciale, aristocratico, popolare. Ma soprattutto è stato ambiguo. Perché l’Italia è uno dei Paesi europei più americanizzati nei consumi, nell’immaginario, nella musica, nel cinema, nella televisione, nel linguaggio della modernità. L’America è stata desiderata e contestata nello stesso tempo.
Nel dopoguerra gli Stati Uniti sono la liberazione, il Piano Marshall, la protezione dal comunismo sovietico, la promessa di benessere. Ma sono anche, per una parte della cultura italiana, il capitalismo trionfante, la società di massa, la potenza militare, l’egemonia culturale. La sinistra comunista ha costruito per decenni una diffidenza strutturale verso Washington, anche quando il mito sovietico perdeva forza. Una parte del mondo cattolico ha guardato all’America con sospetto moralistico, vedendola come luogo dell’individualismo e della secolarizzazione. Una parte della destra nazionale ha coltivato invece il risentimento verso la potenza vincitrice, l’America plutocratica, mercantile, livellatrice.
Il risultato è una cultura politica doppia. Gli italiani possono amare New York, Hollywood, il jazz, il rock, i jeans, la Silicon Valley e nello stesso tempo diffidare profondamente della politica estera americana. Possono sentirsi occidentali, ma irritarsi davanti alla postura imperiale di Washington. Possono volere la protezione militare degli Stati Uniti, ma rifiutare l’idea di essere trattati da protettorato. È qui che nasce la fragilità emotiva del rapporto. L’America è troppo presente nell’immaginario italiano per essere semplicemente un alleato esterno. È una parte della nostra modernità e, proprio per questo, ogni suo gesto di dominio viene vissuto come un’umiliazione familiare.
Anche dopo la Guerra fredda, questa tensione non scompare. Cambia forma. Nel 2013 le rivelazioni sullo spionaggio della Nsa colpiscono anche l’Europa e investono il rapporto di fiducia tra alleati. Nel 2019 l’adesione italiana alla Via della seta cinese provoca allarme a Washington e nelle capitali occidentali, perché Roma diventa il primo Paese del G7 a entrare formalmente nel grande progetto geopolitico di Pechino. Nel 2023, con la scelta di non rinnovare quell’intesa, l’Italia torna a riallinearsi, ma il messaggio è chiaro. Il rapporto con gli Stati Uniti non è più automatico. È dentro un mondo multipolare, commerciale, tecnologico, instabile.
Poi arrivano i dazi, la nuova politica commerciale americana, la pressione sulle esportazioni europee, il ritorno di Trump e della sua idea transazionale dei rapporti internazionali. Per l’Italia, gli Stati Uniti non sono solo un alleato militare. Sono anche un mercato decisivo, uno sbocco fondamentale per il made in Italy, un luogo in cui si gioca una parte della ricchezza nazionale. Quando Washington colpisce o minaccia l’Europa sul terreno commerciale, la frattura diventa concreta. Non riguarda più soltanto i principi, ma imprese, filiere, lavoro, vino, moda, meccanica, farmaceutica, agroalimentare.
È in questo contesto che lo scontro di oggi assume un significato più profondo della polemica personale. Le parole di Trump su Meloni non arrivano nel vuoto. Arrivano dopo anni in cui l’America ha smesso di presentarsi sempre come guida benevola dell’Occidente e ha iniziato a trattare gli alleati come clienti, concorrenti o comparse. La replica della premier, con quel riferimento all’Italia che non implora, funziona perché intercetta una memoria lunga. Non parla solo alla destra, non parla solo al governo. Tocca un nervo nazionale, la paura di essere ancora una volta alleati senza essere rispettati.
Per questo la decisione di Tajani di cancellare il viaggio negli Stati Uniti ha un valore politico che supera il gesto diplomatico. Tajani è uno dei leader italiani più atlantisti, più moderati, più naturalmente legati al rapporto con Washington. Se proprio lui sente il bisogno di marcare una distanza pubblica, significa che la soglia simbolica è stata superata. Non siamo a Sigonella, perché non c’è uno scontro armato sulla sovranità. Non siamo al Cermis o a Calipari, perché non c’è una tragedia nazionale. Ma siamo forse davanti al momento in cui l’umiliazione verbale diventa questione di Stato.
La storia dei rapporti tra Italia e Stati Uniti è fatta di fedeltà, dipendenza, gratitudine, irritazione, protezione e orgoglio. L’America ha garantito sicurezza, ma ha spesso preteso allineamento. L’Italia ha cercato autonomia, ma ha quasi sempre avuto bisogno della copertura americana. La novità è che oggi questa vecchia ambiguità viene esposta senza diplomazia, senza linguaggio felpato, senza il pudore delle cancellerie. Trump parla come se l’alleanza fosse un rapporto personale di forza. L’Italia risponde come se fosse stata colpita nella propria dignità nazionale.
Da Sigonella a oggi, il punto non è mai stato scegliere tra antiamericanismo e servilismo atlantico. Questa è la caricatura che ha spesso impoverito il dibattito italiano. Il punto vero è un altro. Un Paese adulto può restare alleato degli Stati Uniti senza rinunciare alla propria voce? Può appartenere all’Occidente senza confondere l’Occidente con gli umori di un presidente americano? Può difendere l’alleanza atlantica e, nello stesso tempo, pretendere rispetto? La risposta dovrebbe essere sì. Ma ogni volta che Washington dimentica questa distinzione, l’Italia riscopre la sua vecchia ferita.
Ecco perché lo scontro di queste ore non va liquidato come una lite personale tra leader. È il riemergere di una storia lunga quarant’anni, cominciata nella notte di Sigonella e mai davvero conclusa. Allora l’Italia difese la propria sovranità davanti agli aerei e ai soldati. Oggi difende la propria dignità davanti alle parole. Le due cose non hanno lo stesso peso materiale, ma appartengono alla stessa famiglia politica. Perché tra alleati si può discutere, si può litigare, si può perfino dissentire duramente. Ma non si implora. E soprattutto non si accetta di essere trattati come se l’amicizia fosse una concessione.


