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Prima Elon Musk, ora Meloni: il prezzo del dissenso secondo Trump

Pubblicato: 20/06/2026 15:44

Si può essere contrari a Giorgia Meloni e allo stesso tempo indignarsi per come è stata trattata da Donald Trump. Le due cose non solo non si escludono, ma dovrebbero andare insieme. Perché qui non si tratta di destra o sinistra. Non si tratta di simpatia o antipatia politica. Si tratta del rispetto dovuto alle istituzioni di un Paese.

Quando il presidente degli Stati Uniti racconta al mondo che il presidente del Consiglio italiano lo avrebbe “implorato” per una fotografia, il problema non è Giorgia Meloni. Il problema è l’idea che la politica internazionale possa trasformarsi in una gara di umiliazioni personali.

Ed è per questo che, pur essendo spesso critico verso la premier, ritengo che Donald Trump abbia sbagliato. Le sue parole sulla presidente del Consiglio italiano, accusata di averlo “implorato” per una fotografia durante il G7, non sono soltanto un attacco personale a Giorgia Meloni. Sono un’offesa all’Italia e alle istituzioni che Meloni rappresenta.

In fondo, non importa nemmeno stabilire chi abbia chiesto la foto. Nei vertici internazionali i leader si incontrano, parlano, si stringono la mano e vengono fotografati continuamente. È parte della diplomazia. È normale. È sempre stato così.

Quello che conta è il tono utilizzato da Trump. Un tono volutamente umiliante, costruito per ridicolizzare una leader alleata davanti all’opinione pubblica mondiale.

Chiunque abbia ricoperto incarichi istituzionali sa che il rispetto tra rappresentanti di Stati amici non è una questione di cortesia personale. È una questione di rispetto verso i popoli e le istituzioni che quei leader rappresentano. Quando il presidente degli Stati Uniti deride pubblicamente il presidente del Consiglio italiano, non sta semplicemente attaccando una persona. Sta mancando di rispetto all’Italia.

C’è poi un dettaglio che rende questa vicenda difficile da ignorare. Fino a pochi mesi fa Giorgia Meloni veniva indicata come la principale alleata europea di Trump. Poi sono arrivate le divergenze sull’Iran, il rifiuto italiano di sostenere alcune iniziative militari americane e le critiche della premier agli attacchi verbali rivolti dal presidente statunitense a Papa Leone XIV. Da quel momento il clima è cambiato.

E la sensazione, legittima, è che la foto del G7 sia soltanto l’ultimo capitolo di una relazione politica che si è rapidamente trasformata da alleanza a scontro.

Naturalmente, tra Paesi amici è normale che esistano differenze di vedute. Non è normale, invece, trasformare il dissenso politico in umiliazione personale.

Ed è qui che emerge un aspetto che va ben oltre il caso Meloni. L’esempio più clamoroso degli ultimi mesi è probabilmente quello di Elon Musk.

Per oltre un anno Musk è stato presentato come uno degli alleati più importanti di Trump. Ha investito centinaia di milioni di dollari a sostegno della sua campagna elettorale, è stato definito il suo “First Buddy” e ha avuto un ruolo di primo piano nella nuova amministrazione. Eppure, quando ha iniziato a criticare alcune politiche economiche e di bilancio della Casa Bianca, il rapporto si è trasformato rapidamente in uno scontro pubblico. Trump ha definito Musk “impazzito”, lo ha accusato di ingratitudine e ha persino minacciato di rivedere i rapporti tra il governo federale e le sue aziende.

Ancora una volta, il problema non è il dissenso. In politica il dissenso è fisiologico. Il problema è la tendenza a trasformare ogni divergenza in una guerra personale, nella quale l’ex alleato viene delegittimato e ridicolizzato nel momento stesso in cui smette di essere utile o di condividere la stessa linea politica.

Lo stesso schema si è visto con Mike Pence, vicepresidente e fedelissimo per quattro anni, diventato improvvisamente un traditore dopo aver rifiutato di contestare il risultato delle elezioni del 2020. È accaduto con Bill Barr, ministro della Giustizia della sua stessa amministrazione, e con John Bolton, tra i più influenti consiglieri per la sicurezza nazionale della sua presidenza.

Da Elon Musk a Mike Pence, da Bill Barr a John Bolton, la lista degli ex amici trasformati in nemici è ormai troppo lunga per considerare il caso Meloni un episodio isolato. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare: non la critica politica, che è legittima, ma la sistematica trasformazione del dissenso in delegittimazione personale.

Le democrazie mature si fondano su un principio diverso. Si può essere in disaccordo senza umiliare. Si può criticare senza insultare. Si può rompere un’alleanza politica senza trasformare l’ex alleato in un bersaglio da colpire pubblicamente.

Per questo la vicenda va oltre Giorgia Meloni. Oggi il bersaglio è una leader di destra. Domani potrebbe essere un leader di sinistra. Dopodomani un altro ancora. Chi esulta semplicemente perché non sopporta Meloni sta guardando il dito e non la luna. La vera questione non riguarda le simpatie politiche.

La domanda è un’altra: è accettabile che il presidente degli Stati Uniti tenti di ridicolizzare pubblicamente il capo del governo italiano? Per quanto mi riguarda, la risposta è no. Si può essere avversari politici di Giorgia Meloni e allo stesso tempo difendere il rispetto dovuto alla sua funzione istituzionale.

Anzi, è proprio quando difendiamo la dignità degli avversari politici che dimostriamo di credere davvero nelle istituzioni democratiche. I governi passano. Le istituzioni restano. E il rispetto per esse non dovrebbe mai dipendere dalle nostre preferenze politiche.

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