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Mascherine Covid, torna lo scontro politico sugli acquisti in emergenza: riemergono polemiche e inchieste

Pubblicato: 25/06/2026 23:12

A distanza di oltre sei anni dall’inizio della pandemia, torna al centro del dibattito politico la gestione degli acquisti di mascherine durante l’emergenza sanitaria da Covid-19. Le polemiche si concentrano in particolare sulle forniture provenienti dalla Cina, sul ruolo degli intermediari e sulle decisioni assunte dalla struttura commissariale guidata all’epoca da Domenico Arcuri.

Secondo un’analisi pubblicata sulla rivista Juridica International e basata sui dati della Commissione europea, tra marzo e maggio 2020 Francia e Spagna sarebbero riuscite ad acquistare mascherine FFP2 a prezzi inferiori rispetto a quelli pagati dall’Italia. Lo studio attribuisce questa differenza alla maggiore capacità dei due Paesi di trattare direttamente con i produttori, riducendo il ricorso a intermediari.

La questione è tornata di attualità anche nell’ambito della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, dove maggioranza e opposizione continuano a confrontarsi sull’opportunità di ascoltare l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex ministro della Salute Roberto Speranza.

Tra le vicende più discusse resta quella della fornitura di circa 800 milioni di mascherine provenienti dalla Cina, acquistate per un valore complessivo di 1,25 miliardi di euro. Alcune partite di dispositivi furono successivamente giudicate non conformi agli standard previsti, alimentando indagini e contestazioni sull’iter seguito per l’acquisto.

Arcuri era stato indagato con l’accusa di abuso d’ufficio per presunte irregolarità nella gestione delle forniture, ma il procedimento si è concluso senza condanne dopo l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio. Anche altri soggetti coinvolti nella filiera degli intermediari sono stati prosciolti dalle principali accuse, mentre resta aperto un filone residuale relativo a ipotesi di riciclaggio.

Nel corso delle audizioni parlamentari, l’ex prefetto Giulio Cazzella ha riferito che l’accordo con il consorzio Wenzhou-Luokai fu concluso senza verifiche preventive complete sulla merce. Durante la fase più critica dell’emergenza, inoltre, il decreto Cura Italia consentì la commercializzazione di dispositivi classificati come “mascherine di comunità” attraverso procedure semplificate e autocertificazioni, una scelta motivata dalla necessità di reperire rapidamente materiali protettivi in un contesto di grave carenza internazionale.

La gestione degli approvvigionamenti durante la pandemia continua così a rappresentare uno dei capitoli più controversi dell’emergenza sanitaria, tra richieste di accertamento politico e vicende giudiziarie ormai in gran parte archiviate.

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