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Trump riapre la battaglia su Stato e Chiesa: l’America torna a dividersi sulla religione pubblica

Pubblicato: 27/06/2026 15:59

La separazione tra Stato e Chiesa non sarebbe un principio da custodire, ma un errore giuridico da correggere. È questa, in sintesi politica, la tesi più dirompente attribuita alla Commissione per la libertà religiosa istituita da Donald Trump, secondo quanto emerge da un rapporto di 224 pagine visionato dal Washington Post. Il documento, destinato a riaccendere uno dei conflitti più profondi della democrazia americana, raccomanderebbe al dipartimento di Giustizia nuove linee guida per promuovere una diversa interpretazione del rapporto tra religione e governo.

La notizia va letta oltre la sua cornice amministrativa. Non si tratta soltanto dell’ennesimo provvedimento simbolico della presidenza Trump, né di una concessione retorica all’elettorato evangelico conservatore. Qui siamo davanti a un passaggio più ambizioso: la volontà di riformulare il lessico costituzionale americano, spostando il baricentro dal principio della neutralità pubblica verso una concezione più esplicitamente religiosa dell’identità nazionale. In altre parole, la battaglia non riguarda solo ciò che lo Stato può o non può fare davanti alla fede, ma quale idea di America debba essere riconosciuta come legittima nel discorso pubblico.

Il nodo costituzionale: libertà religiosa o religione civile

Il punto di partenza è il Primo emendamento, che negli Stati Uniti contiene due pilastri in tensione permanente: da una parte il divieto per il Congresso di stabilire una religione ufficiale, dall’altra la garanzia del libero esercizio della fede. Per decenni, la cultura giuridica liberal ha interpretato questo equilibrio attraverso la formula del “muro di separazione” tra Stato e Chiesa, espressione non presente nel testo costituzionale ma diventata, nel tempo, una delle chiavi interpretative più influenti della giurisprudenza americana.

La destra religiosa e costituzionale, invece, contesta da anni proprio quella formula. Secondo questa impostazione, la separazione Stato-Chiesa sarebbe stata trasformata in una sorta di secolarismo di Stato, capace non di proteggere tutte le fedi, ma di espellere la religione dallo spazio pubblico. È su questa faglia che si inserisce la commissione voluta da Trump: non abolire formalmente il Primo emendamento, ma riscriverne il significato politico, sostenendo che la Costituzione non impone uno Stato indifferente o diffidente verso il fatto religioso, bensì uno Stato non ostile alla religione e disposto a riconoscerne il ruolo sociale.

Il passaggio è politologicamente decisivo. La tradizione americana non è mai stata laica nel senso francese del termine. Gli Stati Uniti hanno sempre convissuto con una forte presenza religiosa nel linguaggio pubblico: giuramenti, invocazioni a Dio, riferimenti alla Provvidenza, predicazione civica, mobilitazioni morali. Ma questa presenza è stata storicamente bilanciata dal rifiuto di una Chiesa di Stato e dalla tutela delle minoranze confessionali. Il problema, oggi, è capire se il nuovo discorso trumpiano voglia recuperare una religione civile inclusiva oppure se punti a trasformare il cristianesimo conservatore in grammatica privilegiata dell’identità nazionale.

È qui che nasce lo scontro. Per i sostenitori della commissione, la formula della separazione avrebbe prodotto un paradosso: in nome della neutralità, lo Stato avrebbe limitato l’espressione religiosa di insegnanti, studenti, funzionari, medici, militari e associazioni confessionali. Per i critici, invece, il rischio è opposto: presentare la libertà religiosa come diritto individuale e poi usarla come leva per legittimare una presenza confessionale sempre più marcata nelle scuole, negli uffici pubblici, nei finanziamenti statali e nelle politiche sociali.

La questione delle scuole è il terreno più sensibile. Negli ultimi anni, la Corte Suprema a maggioranza conservatrice ha già modificato in modo significativo l’equilibrio tra neutralità pubblica e libertà religiosa, riconoscendo maggiore spazio a preghiere individuali in contesti scolastici e limitando l’esclusione delle scuole religiose da alcuni programmi di finanziamento. È una traiettoria coerente con la lettura originalista: meno paura dell’esposizione pubblica della fede, più attenzione al rischio che lo Stato discrimini ciò che è religioso solo perché religioso.

Ma questa traiettoria non è neutra. In un Paese pluralista, multiconfessionale e sempre più secolarizzato, ogni allargamento dello spazio pubblico religioso pone una domanda immediata: quale religione? Una cosa è proteggere la libertà di un credente musulmano, ebreo, cattolico, evangelico, sikh o ateo da discriminazioni e pressioni indebite. Altra cosa è costruire una cornice pubblica in cui la religione maggioritaria, o la sua variante politicamente più organizzata, finisce per presentarsi come fondamento morale naturale della nazione.

La strategia di Trump: trasformare la fede in identità politica

La mossa di Trump va compresa dentro la più ampia trasformazione del conservatorismo americano. Il vecchio Partito repubblicano cercava un equilibrio tra mercato, patriottismo, valori tradizionali e prudenza istituzionale. Il trumpismo, invece, ha costruito una coalizione emotiva più radicale, nella quale la religione non funziona solo come appartenenza spirituale, ma come marcatore culturale. Essere “religiosi”, in questo linguaggio, significa spesso opporsi all’élite progressista, alla cultura liberal, alla burocrazia federale, al politicamente corretto, alle politiche di genere, al multiculturalismo e alla secolarizzazione delle istituzioni.

È per questo che la commissione sulla libertà religiosa non appare come un organismo tecnico, ma come un pezzo della guerra culturale americana. La sua funzione è politica prima ancora che giuridica: dire a una parte del Paese che la sua marginalizzazione è finita, che la fede non deve più restare confinata nella sfera privata, che l’America profonda può tornare a riconoscersi nello Stato federale. Trump non parla alla teologia, parla all’identità. Non costruisce una dottrina religiosa, costruisce un fronte elettorale e culturale.

Il paradosso è che Trump, personalmente, non è mai stato percepito come un leader religioso nel senso classico. Non ha il profilo del presidente devoto, né quello del conservatore morale tradizionale. Eppure è riuscito più di altri a diventare il referente politico di una parte rilevante del cristianesimo conservatore americano. Questo accade perché il rapporto non si fonda sulla coerenza privata, ma sulla promessa pubblica: difendere i credenti, nominare giudici conservatori, contrastare l’agenda progressista, restituire centralità a simboli e linguaggi religiosi.

Da qui nasce il cuore della questione: la libertà religiosa diventa, nel lessico trumpiano, una categoria di mobilitazione politica. Non è più soltanto il diritto di ciascuno a credere, non credere, pregare o non pregare. Diventa il racconto di una maggioranza culturale che si considera perseguitata da minoranze attiviste, tribunali liberal, università progressiste e amministrazioni federali ostili. È una narrazione potente, perché trasforma una battaglia costituzionale complessa in una storia semplice: il popolo credente contro l’apparato secolare.

Ma proprio qui si apre il problema democratico. Se la libertà religiosa serve a proteggere tutti, è uno dei pilastri del costituzionalismo liberale. Se invece diventa lo strumento con cui una maggioranza religiosa pretende maggiore influenza pubblica, allora cambia natura. Non difende più soltanto la libertà della coscienza, ma rivendica un primato culturale. E il primato culturale, in una società pluralista, rischia sempre di diventare pressione istituzionale.

Il dibattito americano, infatti, non divide semplicemente credenti e non credenti. Divide due idee di neutralità dello Stato. La prima sostiene che lo Stato debba restare il più possibile distante dalle confessioni, proprio per proteggere tutte le religioni e anche chi non ne professa alcuna. La seconda sostiene che una neutralità troppo rigida si trasformi in discriminazione antireligiosa, perché impedisce alla fede di esprimersi nella vita pubblica alla pari di altre convinzioni morali o ideologiche.

Dentro questa frattura si muove la nuova destra americana. Da una parte c’è l’argomento giuridico originalista: i padri fondatori non volevano cancellare la religione dalla sfera pubblica, volevano impedire una Chiesa ufficiale e proteggere la libertà delle confessioni. Dall’altra c’è l’argomento liberal: in una società dove la religione è plurale e l’appartenenza religiosa diminuisce, il richiamo pubblico al cristianesimo come cemento nazionale rischia di escludere milioni di cittadini o di trasformarli in americani di seconda intensità simbolica.

Il dato politico più importante è che la commissione arriva in un momento in cui l’America non è più religiosamente compatta come nel Novecento. Cresce la quota di cittadini senza appartenenza religiosa, aumenta la distanza tra conservatori religiosi e progressisti secolarizzati, e la fede diventa sempre più un indicatore di schieramento politico. In questo scenario, la religione non unisce automaticamente: può anche polarizzare. Può essere linguaggio comune, ma può diventare confine identitario.

Per questo il rapporto della commissione non va liquidato come un semplice documento ideologico. È il tentativo di dare forma istituzionale a un mutamento già in corso nella destra americana: trasformare il cristianesimo conservatore da componente sociale del Partito repubblicano a infrastruttura morale del nuovo nazionalismo trumpiano. Non necessariamente teocrazia, non necessariamente Stato confessionale, ma certamente una diversa idea di spazio pubblico, nella quale il riferimento religioso viene promosso come parte della storia, della libertà e della missione americana.

Il rischio, per Trump, è che questa operazione rafforzi la sua base ma allarghi anche la paura di un’America meno inclusiva. Il rischio, per i democratici, è rispondere con un secolarismo percepito come disprezzo della fede, regalando alla destra religiosa il monopolio del linguaggio spirituale. La vera sfida sarebbe distinguere tra religione come libertà e religione come potere; tra tutela della coscienza e privilegio confessionale; tra riconoscimento della storia cristiana dell’America e riduzione dell’America a un’identità cristiana militante.

La separazione tra Stato e Chiesa, dunque, torna al centro non perché sia un principio astratto, ma perché decide il modo in cui una democrazia pluralista regola il rapporto tra maggioranza, minoranze e istituzioni. Trump prova a dire che quella separazione è stata usata contro i credenti. I suoi avversari rispondono che senza quella separazione i credenti più forti potrebbero imporre la propria impronta sugli altri. In mezzo c’è il dilemma americano di sempre: una nazione nata anche dalla fede, ma fondata sulla promessa che nessuna fede possa diventare padrona dello Stato.

La commissione religiosa di Trump riapre esattamente questa ferita. E lo fa nel momento in cui la politica americana è meno capace di trasformare i conflitti culturali in compromessi costituzionali. Per questo il rapporto non è solo una notizia da Washington. È un capitolo della battaglia per definire che cosa significhi oggi essere americani: una comunità unita da Dio, una repubblica neutrale tra le fedi, oppure un Paese che non riesce più a distinguere la libertà religiosa dalla guerra per il potere culturale.

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