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Droni sospetti sopra basi Nato e siti nucleari: cresce l’allarme per le possibili incursioni russe

Pubblicato: 07/07/2026 07:40

Una lunga serie di sorvoli di droni sopra basi Nato, impianti nucleari, aeroporti e infrastrutture strategiche europee alimenta i timori per una possibile campagna di guerra ibrida attribuibile alla Russia. Secondo un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), gli episodi registrati tra l’agosto 2024 e il febbraio 2026 mostrano caratteristiche tali da far ipotizzare un’azione coordinata volta a mettere alla prova le difese dell’Alleanza Atlantica e a individuare le vulnerabilità del sistema europeo di sicurezza.

L’analisi prende in esame decine di incursioni avvenute nello spazio aereo di una dozzina di Paesi membri della Nato, oltre all’Irlanda. In diversi casi i velivoli senza pilota hanno provocato la sospensione delle attività aeroportuali, interferito con operazioni militari e raggiunto aree estremamente sensibili, comprese installazioni coinvolte nella condivisione nucleare dell’Alleanza e la base francese di Île Longue, dove sono dislocati i sottomarini lanciamissili balistici.

Il nodo dell’attribuzione

L’IISS ritiene altamente probabile una responsabilità russa, ipotizzando che parte delle operazioni possa essere stata condotta attraverso la cosiddetta “flotta ombra” di Mosca presente nei mari del Nord Europa. Tuttavia, gli esperti precisano che non ogni avvistamento può essere attribuito alla Russia e che alcuni episodi potrebbero essere riconducibili ad altre cause. Il quadro complessivo, però, secondo il rapporto, difficilmente può essere spiegato soltanto con errori di identificazione, attività amatoriali o semplici azioni di disturbo.

Il principale ostacolo resta quello dell’attribuzione certa. Individuare il drone non significa infatti poter identificare chi lo controlla, e solo in rarissimi casi gli operatori sono stati fermati. Anche quando questo è accaduto, non è stato possibile dimostrare un collegamento diretto con il Cremlino.

Per questo motivo nessun governo europeo ha finora attribuito ufficialmente alla Russia una campagna coordinata di intrusioni con UAV, preferendo affrontare i singoli episodi come questioni di sicurezza nazionale piuttosto che come parte di un’unica strategia ostile.

Obiettivi sensibili e test delle difese

I dati raccolti dall’IISS mostrano come quasi la metà dei voli abbia interessato installazioni militari, mentre una quota significativa abbia riguardato aeroporti civili e infrastrutture critiche, tra cui porti, impianti energetici e siti industriali. Una distribuzione che, secondo gli analisti, lascia pensare a una selezione accurata degli obiettivi piuttosto che a episodi casuali.

L’obiettivo non sarebbe soltanto quello di raccogliere informazioni, ma anche di verificare i tempi di reazione, le procedure decisionali e la capacità di coordinamento delle difese europee. Le incursioni avrebbero inoltre lo scopo di creare pressione psicologica, aumentare i costi economici legati alla chiusura degli aeroporti e ridurre la fiducia dell’opinione pubblica nella sicurezza dello spazio aereo.

Secondo il rapporto, queste operazioni avrebbero anche evidenziato le difficoltà dell’Alleanza nel rispondere a minacce di piccole dimensioni e facilmente negabili, capaci di restare al di sotto della soglia che potrebbe far scattare una risposta collettiva della Nato.

L’Europa ancora impreparata

L’analisi conclude che l’attuale sistema europeo di contrasto ai piccoli droni presenta ancora limiti importanti. Le capacità di rilevamento sono disomogenee tra i diversi Paesi, il quadro normativo rimane frammentato e gli strumenti disponibili risultano spesso sproporzionati rispetto alla minaccia: impiegare caccia o missili contro UAV di piccole dimensioni comporta infatti costi elevatissimi e scarsa efficacia.

Per gli esperti, la crescita di queste attività rappresenta uno degli aspetti più evidenti della moderna guerra ibrida, nella quale operazioni di sorveglianza, raccolta di informazioni e pressione psicologica si combinano per mettere sotto stress le capacità di risposta degli Stati europei senza arrivare a un confronto militare diretto.

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