
I grandi romanzi nascono spesso da un’idea così semplice da sembrare inevitabile. Ci si domanda, dopo averla incontrata, perché nessuno vi avesse pensato prima. I convitati di pietra di Michele Mari nasce da una di queste idee.
Un anno dopo la maturità, trenta ragazzi del liceo Berchet di Milano si ritrovano a cena. Sono nel pieno della giovinezza. La morte è una parola remota, quasi ridicola. Qualcuno propone un gioco. Ognuno verserà ogni anno una quota in un fondo comune. Il capitale crescerà lentamente. Lo divideranno gli ultimi tre rimasti in vita. In quel momento nessuno comprende di avere firmato un contratto con il tempo.
Da allora, ogni 22 luglio, gli antichi compagni tornano allo stesso tavolo. All’inizio si raccontano gli amori, i figli, i successi, le ambizioni. Poi arrivano gli infarti, i tumori, le vedovanze, le prime sedie vuote. Infine, quasi senza accorgersene, ciascuno smette di chiedersi come vivere e comincia a domandarsi chi morirà prima degli altri. Il tempo trasforma la convivialità in competizione, l’amicizia in calcolo, il ricordo in una silenziosa contabilità delle assenze.
Un congegno narrativo perfetto
Mari costruisce questo congegno narrativo con la precisione di un orologiaio e la fantasia di un moralista seicentesco. La riffa della sopravvivenza potrebbe appartenere a Swift, a Voltaire. Ma il suo teatro è profondamente italiano. I protagonisti invecchiano senza mai uscire del tutto dalla classe in cui si sono conosciuti adolescenti. Le rivalità scolastiche, le invidie, gli amori non dichiarati, le umiliazioni dimenticate continuano a vivere sotto le rughe, come se il tempo avesse cambiato i corpi senza riuscire a modificare davvero le anime.
La morte come silenziosa presenza
Il libro possiede qualcosa delle antiche danze macabre. Nei dipinti medievali la morte invitava a ballare papi, re e mendicanti, ricordando che nessun destino poteva sottrarsi alla sua legge. Qui la morte non danza. Conta. Aspetta. Tiene il registro dei presenti e degli assenti. Ogni anno sottrae un nome dall’appello della III A, mentre il premio finale cresce insieme all’avidità dei superstiti.
Ma sarebbe un errore leggere I convitati di pietra come una semplice commedia nera. Mari racconta soprattutto il modo in cui il tempo altera impercettibilmente i sentimenti. Nessuno dei protagonisti nasce cinico. Lo diventa quasi senza rendersene conto. L’idea stessa della sopravvivenza, quando viene associata al denaro e alla competizione, modifica lentamente lo sguardo sul mondo. L’altro non è più soltanto un amico. Diventa un concorrente.
Il tempo, il vero protagonista
La straordinaria abilità di Mari consiste nel tenere insieme il grottesco e la malinconia. Si ride spesso leggendo queste pagine. Ma è un riso che nasconde inquietudine. Dietro ogni trovata narrativa si avverte la presenza del tempo, il più paziente e il più spietato dei personaggi.
Alla fine comprendiamo che il vero convitato di pietra non è nessuno dei trenta ex studenti. È il tempo stesso, seduto silenziosamente a capotavola fin dalla prima cena. Non parla. Non giudica. Si limita ad aspettare.
Ed è forse questa la più sottile invenzione di Michele Mari. Aver trasformato una brillante fantasia narrativa in una meditazione sulla vecchiaia, sull’amicizia e sulla morte. Perché tutti noi, senza averlo mai firmato, abbiamo sottoscritto quel medesimo patto. Ogni anno torniamo alla nostra invisibile rimpatriata. E troviamo, inevitabilmente, una sedia vuota in più.


