
Si è spento oggi, all’età di 96 anni, un volto simbolo dell’impegno sociale, dell’educazione e dell’accoglienza nel nostro Paese. Nelle ultime settimane, segnate da due ricoveri ospedalieri e da costanti sbalzi nelle sue condizioni di salute, continuava a ripetere un solo accorato desiderio: quello di non rimanere da solo. Fino ai suoi ultimi momenti, i suoi ragazzi, la sua famiglia e le sue più strette collaboratrici sono rimasti saldamente al suo fianco all’interno della struttura dove viveva. Dopo aver trascorso la serata precedente guardando la televisione e informandosi sui progetti in corso, nella mattinata si è verificata una nuova crisi respiratoria che ha fatto comprendere ai medici l’impossibilità di un miglioramento. Al momento della sedazione, tutti i suoi cari si sono stretti intorno a lui per accompagnarlo con serenità negli ultimi istanti di una lunghissima vita, vissuta interamente al servizio dei giovani più fragili, con l’obiettivo costante di accoglierli e aiutarli a ritrovare la strada senza mai giudicarli.
Un’infanzia segnata dalle difficoltà
Don Antonio Mazzi ha portato avanti la sua missione con straordinaria empatia anche perché conosceva da vicino le sofferenze e la turbolenza dell’adolescenza, avendole provate sulla propria pelle negli anni della giovinezza. Cresciuto nella provincia veneta in un contesto di profonda devozione ma di grande povertà, era rimasto orfano di padre in tenera età. La madre, figura di enorme tenacia, si era trovata a dover crescere da sola il piccolo Antonio e un secondo figlio in arrivo. Per sottrarre il giovane alle sue intemperanze e metterlo al riparo da sé stesso, la donna scelse di affidarlo al seminario di Verona. Lì la naturale inclinazione alla ribellione del ragazzo venne incanalata nello studio e nella disciplina: Don Antonio Mazzi affrontò la teologia, la filosofia e successivamente si dedicò alla psicologia, alla psicoanalisi e alla pedagogia. La necessità personale di comprendere sé stesso si trasformò ben presto nella volontà concreta di intervenire sulla realtà circostante per trasformarla in meglio.
La nascita del progetto Exodus
Spostatosi a Milano alla fine degli anni Settanta, Don Antonio Mazzi ricevette l’incarico di guidare l’Opera Don Calabria, nei pressi del Parco Lambro. Erano gli anni in cui la piaga della tossicodipendenza stava esplodendo in tutta la sua drammaticità e il sacerdote si trovò a camminare in mezzo a distese di siringhe per prestare primo soccorso a tantissimi ragazzi allo stremo. Da quell’emergenza nacque l’idea del Progetto Exodus nel 1979, concretizzata nel 1984 con l’ottenimento in concessione dal Comune di Milano della struttura di Cascina Molino Torrette. Quella cascina diventò per Don Antonio Mazzi la casa definitiva e il punto di rifugio per centinaia di ragazzi che la società dell’epoca considerava ormai perduti. Nel suo ruolo di educatore e figura paterna, spiegava ai giovani accolti che il nome scelto indicava che ogni esistenza rappresenta un viaggio, e che affrontare qualunque cammino risulta meno faticoso quando lo si percorre insieme ad altri.
Un pilastro del sociale milanese
L’opera di soccorso di Don Antonio Mazzi ottenne il sostegno e la benedizione del cardinale Carlo Maria Martini, inserendosi in un tessuto cittadino dove operavano altre figure carismatiche come Don Gino Rigoldi e Don Virginio Colmegna. Insieme, questi sacerdoti formarono una rete di protezione straordinaria per gli ultimi della città, dividendosi tra il recupero dei tossicodipendenti, l’assistenza ai carcerati e il sostegno alle persone con disagio psichico. L’indole vulcanica e comunicativa di Don Antonio Mazzi lo portò anche ad affacciarsi al mondo della televisione, diventando un volto noto al grande pubblico e un ospite ricorrente dei programmi Rai. Giornalista e scrittore brillante, Don Antonio Mazzi non esitò a usare i media per far sentire la propria voce, replicando con schiettezze a chi, dalle gerarchie ecclesiastiche, criticava la sua sovraesposizione mediatica, ricordando come i pastori dovessero stare prima di tutto in mezzo ai poveri e nelle periferie del mondo.
L’eredità educativa per il futuro
Con il passare del tempo la creatività di Don Antonio Mazzi ha permesso all’organizzazione di moltiplicarsi in tutta Italia e all’estero attraverso comunità, centri giovanili, presidi in Stazione Centrale e unità mobili per le strade. Oltre alla lotta alla droga, Don Antonio Mazzi ha saputo intercettare le nuove forme di sofferenza giovanile, legate all’ansia, alla depressione e all’isolamento sociale. Negli ultimi anni della sua vita si è speso con tutte le forze per strutturare una metodologia pedagogica chiara e documentata, affinché il patrimonio di competenze accumulato in decenni di attività non andasse disperso dopo la sua scomparsa. Il suo messaggio testamentario per le future generazioni di educatori recepisce che l’atto di educare non potrà mai essere ridotto a una formula fredda o a un calcolo matematico, perché richiede prima di tutto passione, arte, dedizione profonda e quel pizzico di sana ribellione indispensabile per cambiare le cose.


