
La proposta italiana di realizzare nuovi hub per migranti in Africa non entra nelle conclusioni del vertice straordinario dei ministri dell’Interno europei. A Palazzo Chigi e al Viminale resta la soddisfazione per aver portato il progetto al centro del confronto, ma prevale la delusione e l’arrabbiatura per l’assenza di un impegno concreto dell’Unione europea. L’obiettivo del governo era ottenere una prima apertura politica e, soprattutto, avviare una discussione sul finanziamento comunitario dei centri.
Nel frattempo, con il rientro dell’emergenza a Ceuta, diventa più difficile giustificare il mantenimento dei controlli italiani nei confronti della Spagna. La misura dovrebbe durare un mese, ma nell’esecutivo starebbe prendendo corpo l’ipotesi di interromperla anticipatamente, forse già intorno a Ferragosto. La decisione dipenderà anche dalle valutazioni dell’intelligence, che continua a seguire gli appelli diffusi sui social dal Marocco e il rischio di nuovi tentativi di ingresso nell’exclave spagnola.

Piantedosi abbassa la tensione con la Spagna
Nel suo intervento, Matteo Piantedosi ha cercato di ridurre la tensione con Madrid. Il ministro dell’Interno ha espresso solidarietà alla Spagna e ha spiegato che il ripristino dei controlli non rappresenta un atto ostile, ma una precauzione organizzativa. Al tempo stesso ha ricordato quanto accaduto a Lampedusa nel 2023, quando l’Italia si trovò a gestire un forte aumento degli sbarchi senza ricevere, secondo il governo, un sostegno europeo adeguato.
Il titolare del Viminale è tornato anche sul ruolo delle Ong nel Mediterraneo e ha richiamato la linea rigorosa adottata in passato da Matteo Salvini nella difesa dei confini. Ha invece evitato di attribuire direttamente alle politiche migratorie del governo socialista spagnolo, compresa la regolarizzazione di circa mezzo milione di persone, un possibile effetto di attrazione. Una scelta che segnala la volontà di non trasformare il confronto europeo in uno scontro frontale con Madrid.
Il nodo dei finanziamenti europei
La vera partita riguarda però le risorse. Giorgia Meloni punta a coinvolgere l’Europa nella realizzazione di nuovi centri sul modello dell’accordo con l’Albania, valutando progetti in Ruanda, Uganda e Ghana. I centri albanesi sono finanziati interamente dall’Italia e comportano costi molto elevati. Per questo Roma vorrebbe evitare di replicare lo stesso schema e ottenere una partecipazione diretta del bilancio comunitario.
L’ostacolo principale arriva dai Paesi nordici e cosiddetti frugali. Anche alcuni governi favorevoli agli hub non intendono aumentare la spesa europea per costruirli. L’eventuale stanziamento rischierebbe quindi di essere compensato con tagli ai fondi di coesione, una prospettiva che l’Italia respinge. Proprio sulla tutela della coesione Roma aveva costruito un’intesa con Madrid, ma le tensioni successive alla crisi di Ceuta potrebbero indebolire questo fronte comune.
Di fronte alla freddezza europea sugli hub, Piantedosi ha rilanciato l’uso della leva economica contro i Paesi terzi che non collaborano nel controllo delle partenze e nei rimpatri. L’idea è collegare accordi commerciali, finanziamenti e partenariati strategici al livello di cooperazione offerto in materia migratoria. Il ministro ha chiamato in causa anche il Marocco, sostenendo che la diplomazia economica non possa procedere indipendentemente dagli impegni sul contrasto all’immigrazione irregolare.
Anche questa strada, tuttavia, è già stata in parte imboccata dall’Unione europea. La riforma del sistema Gsp+, destinata a entrare in vigore nel gennaio 2027, condizionerà infatti una parte dei benefici concessi ai Paesi in via di sviluppo alla collaborazione sui rimpatri. Per il governo italiano, dunque, il vertice si chiude con un risultato interlocutorio: il tema degli hub è ormai sul tavolo europeo, ma restano ancora lontani sia l’accordo politico sia le risorse necessarie per realizzarli.


