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Ranucci, la telefonata con Lavitola la notte della perquisizione: “Tanto non c’è il movente contro di te…”. Il piano per ‘regolarsi’ con Report

Pubblicato: 19/08/2026 09:20

Incroci pericolosi, relazioni ambigue e retroscena brucianti si affollano nel buio di una notte tempestosa, lasciando emergere dettagli destinati a scuotere dalle fondamenta il mondo dell’informazione e della giustizia. Quando i contorni di una vicenda complessa iniziano finalmente a delinearsi, le verità parziali e i tentativi di depistaggio crollano uno dopo l’altro sotto il peso di intercettazioni ambientali capaci di svelare strategie taciute per mesi. È un intreccio ad alta tensione fatto di silenzi, calcoli di convenienza e telefonate drammatiche, dove ogni singola parola pronunciata a mezza voce nasconde in realtà una partita ben più grande ed estremamente rischiosa per i suoi stessi protagonisti.

Nella notte tra il 3 e il 4 luglio, poche ore dopo che i carabinieri hanno perquisito casa e ristorante di Valter Lavitola, il “Cefalù bistrò”, sequestrandogli computer e telefoni con l’accusa di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, l’ex direttore dell’Avanti chiama il conduttore di Report. Sono le 3,56 e la chiamata dura oltre due ore. È la prima persona che Lavitola sente appena uscito dalla caserma, utilizzando il telefono della compagna. Gli inquirenti riusciranno comunque a intercettarne circa venti minuti, grazie a una microspia piazzata nell’auto della donna. Il pm di Roma Edoardo De Santis la definisce, nella richiesta di arresto accolta dal gip Iole Maricca il 10 agosto, una conversazione «di fondamentale importanza per le indagini».

Le rassicurazioni di Ranucci e i piani su Report

Lavitola prova a condurre l’amico sul terreno dell’errore investigativo e si interroga sul rischio che il suo nome sia emerso dai quattro arrestati per la bomba del 16 ottobre 2025. «Comunque vada, non c’è un movente, non c’è un movente», è la frase con cui Ranucci prova a tranquillizzare Lavitola, il quale riferisce che il colonnello Dario Ferrara gli avrebbe indicato come movente quello di aumentare la visibilità del giornalista. Nei giorni successivi, Lavitola spera nel sostegno dell’amico: «Se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi».

Nella telefonata emerge anche il nome di un presunto complice, Corrado: «Ma andassero a cercare chi è questo Corrado, senti che ti dico io», esorta Ranucci. Si parla poi di Gomes Clesio Tavares, accusato di aver reclutato il commando. Sullo sfondo, gli inquirenti ritengono che Lavitola volesse proporre a Ranucci di diventare produttore esterno di Report: «Io mi sarei occupato della produzione e mi sarei sistemato economicamente». A prendere le distanze è invece l’inviato Daniele Autieri, che ha rifiutato di verificare piste sui servizi segreti offerte da Lavitola non ritenendolo «una fonte così affidabile». Davanti al procuratore capo Francesco Lo Voi, Lavitola ha infine dichiarato: «Con lui ho un rapporto molto familiare».

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