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“I Moretti…”. Crans-Montana, è la prima volta che succede: clamoroso dal sopravvissuto Leonardo Bove

Pubblicato: 25/08/2026 17:46

Quando il destino scompagina i piani in una frazione di secondo, trasformando una serata di festa in un incubo a occhi aperti, la capacità di resistere e riemergere diventa l’unica strada percorribile. Le storie che nascono all’ombra di eventi drammatici raccontano spesso di battaglie combattute nel silenzio delle sale d’ospedale, dove il confine tra la disperazione e la speranza si fa sottilissimo. Tra l’angoscia delle famiglie in attesa di notizie e il lavoro incessante dei medici, il ritorno alla vita di chi ha lottato contro ogni pronostico rappresenta un segnale di rinascita, capace di segnare un punto di svolta definitivo e di lasciare un segno indelebile.

Dopo sei mesi e mezzo di ricovero all’ospedale Niguarda di Milano, Leonardo Bove è tornato a casa. Il 16enne milanese, uno dei giovani rimasti gravemente feriti nel rogo di Crans-Montana, in Svizzera, prova a guardare avanti, lasciandosi alle spalle quella notte: “Sui Moretti non penso niente, non mi interessano, mi interessa solo la mia vita. L’ho vista sfuggire una notte e non voglio più perderla” ha raccontato, riferendosi ai gestori del locale coinvolto nell’incendio. Il ragazzo non nasconde la sua amarezza e chiede che chi aveva la responsabilità della struttura risponda delle proprie azioni: “Dico solo che dovrebbero prendersi le loro responsabilità, sono un uomo e una donna adulta: si sono presi la responsabilità di aprire un locale, devono prendersi la responsabilità anche per quello che è successo”. Per Leonardo, tornare nel luogo della tragedia non è un’opzione: “Non ci voglio tornare, lo voglio cancellare dalla mia vita”.

Il dramma del riconoscimento e il racconto dei familiari

A raccontare quei giorni drammatici è anche il padre di Leonardo, Gabriele Bove“Erano rimaste tre famiglie in cerca dei loro figli, ma solo due ragazzi feriti ancora da identificare, un maschio e una femmina, quindi uno per forza era morto” ha ricordato l’uomo, ripercorrendo le ore trascorse alla ricerca del figlio. Poi la notizia della sopravvivenza: “Quando ci hanno detto che Leo era vivo, abbiamo festeggiato ovviamente, ma in un’altra stanza vedevamo l’altra famiglia. E io sono underground dal padre a chiedere scusa perché ho gioito. La gioia ti fa esplodere però, nello stesso tempo, mi sono immedesimato subito in lui”.

Leonardo Bove è stato identificato soltanto dopo tre giorni attraverso il test del Dna. “Lo abbiamo trovato la sera del 3 gennaio alle 22.30” ha ricordato Gabriele Bove, sottolineando il ruolo svolto dalle autorità nelle ore più difficili. A comunicare la notizia furono la console generale d’Italia a Ginevra, Nicoletta Piccirillo, e l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, quando la situazione sembrava ormai disperata: “Sembrava che Leo non ci fosse più. La console Piccirillo non riusciva a guardarci in faccia perché per loro non era Leo”.

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