
La minaccia pronunciata da Maria Zakharova non riguarda più soltanto il territorio ucraino. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha avvertito che Mosca potrebbe rispondere agli attacchi condotti con armi britanniche colpendo strutture militari del Regno Unito «sia in Ucraina sia al di fuori dei suoi confini». Londra e Parigi, ha aggiunto, starebbero «giocando con il fuoco» e rischierebbero di portare il conflitto «a un livello completamente nuovo». Una formulazione deliberatamente ambigua, che consente al Cremlino di evocare tanto un’azione militare convenzionale quanto operazioni clandestine difficilmente attribuibili alla Russia.
Non è, in assoluto, una minaccia inedita. Nel maggio 2024 Mosca aveva già avvertito che eventuali attacchi ucraini contro il territorio russo con armi britanniche avrebbero potuto provocare rappresaglie contro installazioni del Regno Unito «in Ucraina e altrove». Allora la reazione era arrivata dopo l’apertura dell’ex ministro degli Esteri David Cameron all’impiego delle armi fornite da Londra oltre il confine russo. Oggi, però, il contesto è più delicato: non si parla soltanto di consegnare missili a Kiev, ma di trasferire una parte della tecnologia necessaria a produrli.
Perché il trasferimento tecnologico spaventa Mosca
Il governo britannico ha autorizzato MBDA a condividere con l’Ucraina informazioni classificate relative alle componenti britanniche del missile Scalp, versione francese dello Storm Shadow. Il passaggio dovrebbe consentire a Francia e Ucraina di creare linee di assemblaggio sul territorio ucraino. Parigi aveva già autorizzato la produzione su licenza di Scalp e bombe Aasm entro la fine del 2026. Non si tratta quindi della semplice consegna di nuovi ordigni, ma dell’avvio di una capacità industriale destinata a durare nel tempo.
Lo Storm Shadow-Scalp è un missile da crociera aviolanciato con una gittata superiore ai 250 chilometri, concepito per colpire obiettivi fissi e fortificati, centri di comando, depositi, infrastrutture logistiche e installazioni protette. La produzione ucraina non diventerà immediatamente operativa su larga scala: serviranno impianti, componenti, finanziamenti e una catena industriale sufficientemente protetta dai bombardamenti russi. Ma per Mosca il pericolo è soprattutto prospettico. Kiev potrebbe ridurre la dipendenza dalle scorte europee e acquisire maggiore autonomia nella scelta dei tempi, delle quantità e degli obiettivi.
È questo il vero salto di qualità. Fino a oggi la Russia ha potuto contare sui limiti degli arsenali occidentali, sulle esitazioni politiche dei governi e sulle autorizzazioni necessarie per impiegare determinate armi. La produzione su licenza trasferisce invece una parte della capacità offensiva direttamente in Ucraina. Non elimina la dipendenza dall’Europa, ma la trasforma: Kiev non riceverebbe soltanto missili finiti, bensì competenze, dati tecnici e strumenti per costruire una propria filiera.
A questo si aggiunge l’accordo attraverso il quale Londra potrà accedere ai dati raccolti sul campo dall’Avengers AI Labs ucraino. Milioni di immagini provenienti da droni, telecamere e sensori saranno utilizzate per sviluppare sistemi di riconoscimento degli obiettivi, protezione delle basi e tecnologie autonome. La cooperazione tra i due Paesi si sta quindi spostando dalla tradizionale assistenza militare verso una vera integrazione tecnologica e industriale.
Si confrontano così due concezioni opposte della pace. Il Cremlino sostiene che il rafforzamento militare di Kiev renda più difficile qualsiasi trattativa e accusa Londra di voler prolungare la guerra. Il governo britannico ribatte che soltanto un’Ucraina capace di difendersi e di imporre costi alla Russia potrà negoziare senza essere costretta alla capitolazione. Per Mosca la riduzione delle capacità ucraine dovrebbe precedere il negoziato; per Londra e Parigi una deterrenza credibile rappresenta invece la condizione necessaria per raggiungere una pace stabile.
Anche l’accusa russa di una partecipazione diretta britannica alla guerra va distinta dal piano giuridico. Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa, la sola fornitura di armi non rende automaticamente uno Stato parte di un conflitto: la soglia viene superata quando quello Stato ricorre direttamente alla forza o partecipa concretamente alle operazioni militari. Il trasferimento di tecnologia restringe la distanza politica tra fornitore e utilizzatore, ma non dimostra da solo che militari britannici stiano selezionando gli obiettivi o conducendo gli attacchi.
Il vero rischio è la guerra ibrida
Un attacco missilistico dichiarato contro una base nel territorio britannico sarebbe il passaggio più estremo e, proprio per questo, il meno probabile. Il Regno Unito è una potenza nucleare e un membro della Nato. Un’aggressione diretta aprirebbe immediatamente la questione dell’Articolo 5, secondo il quale un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. Questo non produrrebbe automaticamente una guerra nucleare né obbligherebbe ogni Paese a reagire nello stesso modo: la natura dell’attacco e della risposta verrebbe valutata collegialmente. Ma il rischio di una spirale incontrollabile sarebbe enorme.
Molto più credibile è una rappresaglia collocata nella zona grigia tra guerra e pace. Pochi giorni prima delle parole di Zakharova, il consigliere del Cremlino ed ex viceministro degli Esteri Andrei Fedorov aveva evocato possibili attacchi contro le fabbriche britanniche impegnate nella produzione di droni e componenti militari. Aveva parlato di azioni compiute da «fonti sconosciute», di attacchi informatici e persino di iniziative «semi-militari». È il vocabolario classico della guerra ibrida: colpire senza rivendicare, mantenere incerta l’attribuzione e costringere l’avversario a scegliere se reagire senza possedere una prova pubblicamente incontestabile.
Le possibili operazioni comprendono sabotaggi contro industrie della difesa, incursioni informatiche nelle reti energetiche e nelle comunicazioni, interferenze con i sistemi logistici, azioni contro porti e collegamenti sottomarini oppure attentati affidati a intermediari. Sono scenari considerati concretamente dalle autorità britanniche. La strategia di sicurezza nazionale del Regno Unito descrive da tempo una campagna russa composta da cyberattacchi, sabotaggi e intimidazione nucleare, mentre il National Cyber Security Centre ha recentemente accusato strutture dell’Fsb di cercare accessi alle infrastrutture critiche occidentali.
L’espressione «obiettivi fuori dall’Ucraina» serve proprio a conservare tutte queste possibilità. Potrebbe indicare strutture britanniche situate in altri Paesi, mezzi militari, nodi logistici oppure obiettivi nel Regno Unito. Il luogo, la gravità dell’attacco e soprattutto la possibilità di attribuirlo con certezza a Mosca determinerebbero la risposta occidentale. Un ordigno russo contro


