
Il ballottaggio torna al centro della riforma della legge elettorale. Lunedì gli sherpa del centrodestra si riuniranno per decidere se presentare al Senato un emendamento capace di reintrodurre il secondo turno, già presente nella prima versione del progetto e successivamente cancellato. A spingere per questa soluzione è soprattutto Marcello Pera, senatore di Fratelli d’Italia ed ex presidente di Palazzo Madama, mentre Ignazio La Russa e Forza Italia non avrebbero chiuso all’ipotesi. Più prudente resta la Lega.
La discussione è stata riaperta anche dalla crescita nei sondaggi del partito di Roberto Vannacci, che potrebbe sottrarre consensi al centrodestra e impedire alla coalizione di raggiungere il 42% necessario per ottenere il premio. Nel testo approvato dalla Camera, infatti, se nessuno supera quella soglia oppure se il risultato è diverso tra Camera e Senato, tutti i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Il ballottaggio servirebbe quindi a evitare che l’assenza di un vincitore consegni al Parlamento il compito di costruire una maggioranza attraverso accordi successivi al voto.
Come funzionerebbe il ballottaggio proposto da Pera
Quello allo studio non sarebbe un secondo turno per eleggere direttamente il presidente del Consiglio. Gli elettori sceglierebbero ancora tra due coalizioni, mentre il voto servirebbe a stabilire quale schieramento debba ricevere il premio di maggioranza. Il primo turno continuerebbe a determinare il peso proporzionale dei partiti e la composizione di base del Parlamento; il ballottaggio deciderebbe soltanto a quale delle due coalizioni assegnare i seggi aggiuntivi necessari per governare.
La proposta dettagliata da Pera prevede più passaggi. Se la prima coalizione superasse il 48% dei voti sia alla Camera sia al Senato, il premio scatterebbe immediatamente. Se nessuno raggiungesse il 48%, si andrebbe invece al ballottaggio, ma soltanto a condizione che le prime due coalizioni avessero ottenuto entrambe almeno il 38% in tutti e due i rami del Parlamento. Se, al contrario, il secondo schieramento restasse sotto il 38%, la coalizione arrivata prima potrebbe ottenere direttamente il premio purché avesse superato il 42% sia alla Camera sia al Senato. In tutti gli altri casi si tornerebbe alla distribuzione proporzionale dei seggi.
In concreto, con un risultato del 44% contro il 40% sarebbe necessario il secondo turno, perché entrambe le coalizioni avrebbero superato il 38%. Con un risultato del 44% contro il 37%, invece, il premio verrebbe assegnato subito alla prima, senza un nuovo voto. Un 41% contro 39% porterebbe al ballottaggio, mentre con il 41% contro il 36% non scatterebbero né il secondo turno né il premio e il Parlamento sarebbe eletto interamente con il proporzionale.
Al ballottaggio non sarebbero consentiti nuovi apparentamenti. I partiti esclusi potrebbero invitare i propri elettori a sostenere uno dei due schieramenti rimasti in corsa, ma non potrebbero entrare formalmente nella coalizione, aggiungere il proprio simbolo o ottenere una diversa ripartizione dei seggi. È proprio questo il possibile effetto anti-Vannacci del meccanismo: una forza rimasta fuori dalle due coalizioni conserverebbe i parlamentari conquistati al primo turno, ma perderebbe la possibilità di diventare indispensabile per formare il governo. La stessa conseguenza, però, riguarderebbe anche le forze centriste, che temono di vedere ridotto il proprio peso politico.
Pera indica inoltre in 220 deputati e 113 senatori, esclusi gli eventuali eletti all’estero, la consistenza parlamentare della coalizione vincente. La traduzione normativa dovrà però chiarire un punto: il testo licenziato dalla Camera prevede ancora un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori, considerando 220 e 113 come limiti massimi. Non è quindi ancora definito se il vincitore del ballottaggio verrebbe portato automaticamente a quelle cifre oppure riceverebbe soltanto il premio già previsto.
Il precedente dell’Italicum e il rebus delle due Camere
Il doppio turno parlamentare non è di per sé contrario alla Costituzione. Nel 2017 la Consulta bocciò il ballottaggio dell’Italicum non perché fosse vietato in assoluto, ma perché permetteva anche a una lista dotata di un consenso molto ridotto al primo turno di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. La soglia del 38% immaginata da Pera punta proprio a superare quell’obiezione: al secondo voto arriverebbero soltanto coalizioni che abbiano già dimostrato una consistente rappresentatività elettorale.
Il nodo più difficile riguarda però il bicameralismo paritario. Anche al ballottaggio gli elettori voterebbero separatamente per Camera e Senato e, almeno in teoria, una coalizione potrebbe prevalere a Montecitorio e l’altra a Palazzo Madama. La proposta stabilisce che il premio debba andare allo schieramento vincente in entrambe le Camere, ma non chiarisce ancora che cosa accadrebbe davanti a due risultati difformi. Assegnare premi diversi produrrebbe maggioranze contrapposte; cancellare il premio renderebbe inutile il ballottaggio; sommare i risultati delle due votazioni rischierebbe invece di comprimere l’autonomia dei due rami del Parlamento. A questo si aggiunge la questione del premio nazionale al Senato, che la Costituzione vuole eletto su base regionale.
Il vertice di lunedì dovrà sciogliere anche gli altri nodi della riforma. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha confermato che al Senato verrà ripresentato l’emendamento sulle preferenze, mentre prosegue il confronto sull’alternanza di genere e sui capilista. Sembra invece destinata a essere modificata o cancellata la norma che esclude dal calcolo per il premio i voti delle liste rimaste sotto il 3%, giudicata esposta al rischio di attribuire la vittoria a una coalizione diversa da quella realmente più votata. Le opposizioni preparano intanto circa un migliaio di emendamenti e annunciano battaglia contro una riforma accusata di alterare la rappresentanza e trasformare il secondo turno in una scelta plebiscitaria sul governo.


