
Per quasi sei giorni una bambina di appena 17 mesi è rimasta sola. Attorno a quella assenza, secondo quanto ricostruito dai giudici, si è sviluppata una sequenza di decisioni e comportamenti che hanno portato alla morte della piccola. La madre, chiamata più volte a spiegare dove si trovasse la figlia, avrebbe fornito versioni non vere, indicando la presenza di una babysitter che in realtà non c’era.
La Corte ha considerato determinante proprio la ripetizione di quelle condotte. Non una singola decisione, dunque, ma una successione di scelte che avrebbe portato la donna a spostare progressivamente quella che i giudici definiscono la «soglia del rischio», accettando consapevolmente la possibilità che la bambina potesse morire. È da questa valutazione che deriva la conclusione sulla presenza del dolo eventuale.
È la ricostruzione contenuta nelle motivazioni della Cassazione di Milano sulla vicenda di Alessia Pifferi, condannata in via definitiva a 24 anni di carcere per l’omicidio della figlia Diana, morta il 22 luglio 2022 dopo essere stata lasciata sola nell’abitazione per quasi sei giorni. La sentenza era stata pronunciata lo scorso 25 giugno. La Corte Suprema ha respinto il ricorso della difesa, confermando la qualificazione del fatto come omicidio volontario e la capacità di intendere e di volere della donna.
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Le menzogne e il rischio accettato
Secondo la prima sezione penale della Corte Suprema, presieduta da Monica Boni e con Carmine Russo relatore, le dichiarazioni fornite dalla donna quando le veniva chiesto della figlia assumono un peso preciso nella ricostruzione giudiziaria.
Pifferi avrebbe mentito ripetutamente sulla presenza della bambina, sostenendo che fosse affidata a una babysitter. Nel frattempo, per tre volte avrebbe scelto di rimanere con il compagno invece di tornare dalla figlia.
Per i giudici, questa successione di comportamenti dimostra che la donna era «perfettamente consapevole» di ciò che stava facendo. L’assenza della madre non viene quindi letta come conseguenza di un singolo impulso incontrollabile, ma come il risultato di decisioni reiterate attraverso le quali sarebbe stato accettato il rischio che la bambina potesse morire.
La Cassazione ha escluso infatti l’esistenza di un «impulso patologico invincibile» che potesse costringere Pifferi ad abbandonare la figlia.
La fragilità riconosciuta dai giudici
La conferma della responsabilità per omicidio volontario non ha però escluso il riconoscimento delle attenuanti generiche. Su questo punto la Corte ha preso in considerazione la fragilità della donna e il suo percorso personale.
Tra gli elementi valutati vengono indicati le carenze affettive, l’infanzia difficile, il contesto problematico nel quale è cresciuta e la dipendenza affettiva dagli uomini. Secondo la ricostruzione contenuta nelle motivazioni, proprio quest’ultimo aspetto avrebbe contribuito a portarla «a sacrificare la figlia».
La Procura generale di Milano aveva sostenuto che le attenuanti generiche non dovessero essere riconosciute, ritenendo prevalente il «motivo egoistico» alla base dell’omicidio. La Cassazione ha invece confermato la valutazione favorevole alla donna, facendo riferimento anche alla sua «cognizione del dolore».
Non è stata invece riconosciuta l’attenuante legata alla sofferenza che sarebbe derivata dal clamore mediatico seguito alla vicenda.
Il quoziente intellettivo e la capacità di decidere
Un altro punto affrontato dalla Corte riguarda il quoziente intellettivo emerso dai test effettuati in carcere. I giudici hanno ritenuto che il basso risultato ottenuto attraverso il test WAIS non fosse sufficiente a mettere in discussione la capacità della donna di intendere e volere.
Nel corso delle valutazioni, Pifferi avrebbe avuto difficoltà anche nel completare o interpretare correttamente alcuni dei detti più conosciuti. Per la Corte, però, questo elemento non dimostra l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni.
La Cassazione sottolinea infatti che la donna era comunque «capace di risolvere i problemi e prendere decisioni». Da qui la conferma della sua capacità di intendere e di volere al momento dei fatti.
La Corte ha inoltre richiamato i comportamenti tenuti dopo il ritrovamento del corpo della bambina, descrivendo condotte «lucide di modifica della scena del crimine e, in parte, di occultamento di tracce del reato».

La condanna definitiva a 24 anni
Il percorso giudiziario si era sviluppato attraverso tre diversi gradi. In primo grado Alessia Pifferi era stata condannata all’ergastolo. In appello la pena era stata ridotta a 24 anni di reclusione, decisione poi confermata dalla Cassazione con il rigetto del ricorso della difesa.
Nel frattempo erano state assolte l’avvocata della donna, le tre psicologhe del carcere di San Vittore e l’ex consulente della difesa che aveva valutato la validità del test WAIS.
La Corte Suprema ha affrontato anche un ulteriore aspetto relativo alla fase successiva alla pena. I giudici di secondo grado avevano eliminato la libertà vigilata prevista al termine della condanna come misura di sicurezza, ritenendo Pifferi non pericolosa. Secondo la Cassazione, però, quella decisione non poteva essere adottata perché la difesa non aveva presentato appello su quel punto.
Resta quindi definitiva la condanna a 24 anni per l’omicidio della piccola Diana. Le motivazioni della Cassazione delineano una responsabilità fondata sulla consapevolezza delle conseguenze delle proprie scelte, escludendo sia un impulso patologico irresistibile sia l’incapacità di intendere e di volere, ma riconoscendo al tempo stesso le condizioni di fragilità personale ed emotiva considerate meritevoli delle attenuanti generiche.


