
«Meloni metta via i flute e dia risposte ai lavoratori ex Ilva ed Electrolux». È durissimo l’attacco della senatrice del Movimento 5 Stelle Sabrina Licheri alla presidente del Consiglio dopo la festa organizzata da Fratelli d’Italia a Bari per celebrare il record di durata del governo. La polemica arriva mentre si aggravano contemporaneamente due delle principali vertenze industriali italiane: a Taranto 28 imprese dell’indotto dell’ex Ilva hanno avviato procedure di licenziamento collettivo che coinvolgono oltre 2.500 lavoratori, mentre sul fronte Electrolux resta confermata la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, nelle Marche, all’interno di un piano che prevede 1.450 esuberi complessivi in Italia.
Licheri contro Meloni dopo la festa di Bari
Nel mirino della senatrice pentastellata c’è soprattutto il contrasto tra le celebrazioni del centrodestra e le crisi occupazionali esplose nelle stesse ore. A Bari Fratelli d’Italia ha festeggiato il traguardo raggiunto dall’esecutivo Meloni, diventato con 1.413 giorni in carica il governo più longevo della storia della Repubblica italiana. La premier ha rivendicato la stabilità della maggioranza e i risultati ottenuti sul fronte dell’occupazione, dei conti pubblici e della posizione internazionale dell’Italia, ma per Licheri nel suo intervento avrebbe evitato proprio i dossier più difficili legati all’industria.
Secondo la senatrice M5S, Meloni si sarebbe «ben guardata» dal parlare dei lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva e avrebbe ignorato anche la vertenza Electrolux. «Queste vicende mal si sposavano con lo storytelling fiabesco che Meloni aveva pensato per fare bisboccia con i suoi. Molto più facile tenere lì sopra lo spaventapasseri Urso, in modo da non guastare la festicciola», afferma Licheri. Poi l’affondo: «Ora che ha svuotato i flute di spumante, sarebbe ora che Meloni iniziasse a dare qualche risposta alle migliaia di famiglie che rischiano di finire per strada».
Ex Ilva, oltre 2.500 posti nell’indotto coinvolti dalle procedure
La situazione più immediata riguarda Taranto. Aigi, l’associazione che rappresenta numerose aziende dell’indotto di Acciaierie d’Italia, ha trasmesso ai sindacati 28 comunicazioni relative all’avvio delle procedure di licenziamento collettivo, per un totale di oltre 2.500 lavoratori coinvolti. Non significa che i licenziamenti siano già stati materialmente eseguiti: si tratta dell’apertura formale di una procedura che potrebbe portare alla perdita dei posti di lavoro qualora non venga trovata una soluzione industriale e finanziaria.
Aigi ha definito la decisione un «atto estremo e doloroso», collegandola alla prospettiva di fermata dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto entro la fine di ottobre. La situazione dell’indotto è da tempo resa difficile dai crediti accumulati, dall’incertezza sul futuro degli impianti e dai volumi produttivi ridotti. Per le aziende che dipendono quasi interamente dalle commesse dello stabilimento siderurgico, il rischio è che un ulteriore rallentamento renda impossibile mantenere gli attuali livelli occupazionali.
Il nodo dell’area a caldo e il futuro dello stabilimento
A complicare ulteriormente il dossier c’è il provvedimento della Corte d’Appello di Milano, che ha fissato alla fine di ottobre lo stop dell’area a caldo. Le amministrazioni straordinarie di Acciaierie d’Italia e Ilva hanno presentato un’istanza per ottenere la sospensione del provvedimento, mentre la questione giudiziaria si intreccia con quella industriale e con il tentativo del governo di individuare un nuovo assetto per il gruppo siderurgico.
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha definito l’avvio delle procedure di licenziamento nell’indotto un «grande campanello d’allarme». Licheri attribuisce però al governo una responsabilità politica diretta nella crisi: «A Taranto il governo ha fallito su tutta la linea: niente decarbonizzazione, niente riconversione, miliardi bruciati per mantenere la decotta area a caldo e disastro totale sul fronte delle trattative». È un giudizio politico respinto dall’esecutivo, che continua a sostenere la necessità di salvaguardare la produzione siderurgica italiana e di accompagnare lo stabilimento verso un percorso di decarbonizzazione.
Electrolux, resta la chiusura di Cerreto d’Esi
Contemporaneamente resta aperta anche la difficile vertenza Electrolux. Dopo il confronto al ministero delle Imprese e del Made in Italy, l’azienda ha ridotto il numero degli esuberi inizialmente annunciati da 1.719 a 1.450, senza però modificare quello che per i sindacati rappresenta uno dei punti più critici del piano: la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona.
Nel sito marchigiano sono coinvolti circa 170 lavoratori, mentre i 1.450 esuberi indicati dal piano riguardano l’intero perimetro italiano del gruppo. Fim, Fiom e Uilm hanno inoltre segnalato il rischio legato ai contratti a termine in scadenza e chiedono una nuova convocazione urgente del tavolo ministeriale, contestando una riorganizzazione che, a loro giudizio, indebolirebbe ulteriormente la presenza industriale del gruppo nel Paese.
«Su Electrolux tante chiacchiere e zero fatti»
Anche sul dossier Electrolux il giudizio di Sabrina Licheri è durissimo. «Da mesi assistiamo a tante chiacchiere e zero fatti, con Urso che si è fatto palesemente gabbare dai vertici dell’azienda dell’elettrodomestico», sostiene la senatrice. Electrolux lega il proprio piano di ristrutturazione a problemi di competitività del sistema produttivo europeo e italiano, indicando tra i fattori critici il costo dell’energia, l’organizzazione del lavoro e la concorrenza internazionale.
I sindacati ritengono invece insufficiente la revisione presentata dalla multinazionale e chiedono il ritiro degli esuberi, garanzie sul futuro degli stabilimenti e una soluzione che assicuri continuità produttiva a Cerreto d’Esi. La vertenza è quindi ancora lontana da una conclusione e resta uno dei dossier industriali più delicati sul tavolo del governo.
Lo scontro politico dopo le celebrazioni del governo
La polemica del Movimento 5 Stelle si inserisce in un attacco più ampio delle opposizioni alla manifestazione di Bari. Anche la segretaria del Pd Elly Schlein aveva sottolineato la coincidenza tra le celebrazioni dell’esecutivo e l’avvio delle procedure nell’indotto ex Ilva. Dal palco della festa Meloni aveva però spiegato di non considerare la sola longevità dell’esecutivo un risultato sufficiente, sostenendo che un governo stabile debba essere giudicato soprattutto dai risultati raggiunti.
Fratelli d’Italia rivendica in particolare l’aumento dell’occupazione e la diminuzione del tasso di disoccupazione, mentre Pd e Movimento 5 Stelle indicano le grandi vertenze industriali come il segnale di una fragilità che resta forte in alcuni settori strategici. Ex Ilva ed Electrolux diventano così non soltanto crisi aziendali, ma anche uno dei terreni sui quali maggioranza e opposizioni misureranno le rispettive narrazioni sull’economia italiana.
Migliaia di famiglie attendono risposte
Al di là dello scontro politico, saranno soprattutto le decisioni industriali e i tavoli di trattativa delle prossime settimane a stabilire il destino di migliaia di lavoratori. A Taranto il futuro dell’indotto resta legato alle prospettive dell’ex Ilva e alla continuità dell’area a caldo; nelle Marche pesa invece la decisione di Electrolux di chiudere Cerreto d’Esi e ridimensionare l’occupazione in Italia.
È su questo punto che Licheri chiude il suo attacco alla presidente del Consiglio: «Va bene la propaganda, ma giù dal palco di Bari c’è un Paese che boccheggia, se Meloni non se ne fosse accorta». Una frase che sintetizza la linea del Movimento 5 Stelle e sposta il confronto dal record di durata dell’esecutivo alle vertenze industriali che, nelle stesse ore, stanno mettendo in discussione il futuro di migliaia di famiglie.


