
Donald Trump lascia contemporaneamente aperte due strade opposte: quella di un possibile incontro con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e quella di una nuova, pesante escalation militare contro Teheran. A poche ore dall’inizio della settimana dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, il presidente americano torna ad alzare drasticamente i toni sulla guerra con l’Iran, ormai entrata nel suo settimo mese.
“Succederanno cose molto importanti. Sto prendendo delle decisioni. La mia domanda è se e quando farò saltare tutto in aria. Farebbero meglio a comportarsi bene”, ha dichiarato Trump a Fox News. Nello stesso intervento, però, il presidente degli Stati Uniti ha confermato di essere disponibile a incontrare Masoud Pezeshkian, atteso a New York insieme alla delegazione iraniana. Al momento, tuttavia, non risulta fissato ufficialmente un faccia a faccia tra i due presidenti.
Trump tra negoziato e minaccia militare
La nuova dichiarazione di Trump riassume la strategia seguita dalla Casa Bianca nelle ultime settimane: mantenere una fortissima pressione militare ed economica sull’Iran, lasciando contemporaneamente aperta la possibilità di un accordo.
Il presidente americano aveva già avvertito Teheran che, senza un’intesa, il Paese rischierebbe un ulteriore collasso economico e nuove azioni contro la leadership iraniana. Da parte sua, l’Iran ha fatto sapere attraverso i vertici militari che qualsiasi nuovo attacco statunitense provocherebbe una risposta molto dura, con possibili conseguenze anche per gli alleati americani nella regione.
La situazione resta quindi sospesa tra diplomazia e guerra. Washington e Teheran continuano ad avere contatti indiretti e intermittenti, ma le posizioni rimangono molto distanti.
Pezeshkian sarà a New York
Uno dei momenti decisivi potrebbe essere proprio l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno autorizzato l’ingresso a New York di una delegazione iraniana ristretta, nella quale sono compresi il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi.
La delegazione sarà sottoposta a forti limitazioni negli spostamenti e potrà muoversi sostanzialmente tra la sede dell’Onu, la rappresentanza iraniana, la residenza dell’ambasciatore e l’aeroporto.
Trump ha detto di essere disponibile a incontrare Pezeshkian, ma nella prima agenda ufficiale dei bilaterali del presidente americano il nome del leader iraniano non compare. Questo significa che lo spiraglio diplomatico esiste, ma non si è ancora trasformato in un appuntamento concreto.
Un eventuale incontro avrebbe comunque un peso enorme: sarebbe il primo confronto diretto al massimo livello da quando la guerra è iniziata.
Una guerra cominciata il 28 febbraio
Il conflitto è esploso il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato una vasta offensiva contro l’Iran colpendo obiettivi militari, nucleari e governativi.
Da allora la guerra ha attraversato diverse fasi. Ai bombardamenti iniziali sono seguite le rappresaglie iraniane contro Israele e contro strutture militari americane nella regione, una tregua temporanea, nuovi negoziati e successivamente una ripresa degli scontri.
Nel corso dei mesi sono stati raggiunti anche accordi provvisori, compreso quello di giugno che avrebbe dovuto creare le condizioni per una soluzione più stabile della crisi nucleare e per la normalizzazione della navigazione nello Stretto di Hormuz.
L’intesa non ha però retto. Gli scontri sono ripresi e il conflitto si è progressivamente trasformato in una guerra di logoramento, nella quale nessuna delle parti sembra finora disposta ad accettare le condizioni dell’altra.
Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato
Uno dei principali strumenti di pressione dell’Iran rimane lo Stretto di Hormuz, passaggio fondamentale per le esportazioni energetiche mondiali. Il traffico commerciale continua a essere fortemente ridotto. Nell’ultimo fine settimana soltanto una dozzina di navi per il trasporto di materie prime sarebbe riuscita ad attraversare lo stretto, contro una media di circa 125 imbarcazioni al giorno prima dell’inizio della guerra.
Nonostante le operazioni militari americane e i tentativi di garantire corridoi di navigazione, Hormuz continua quindi a rappresentare uno dei principali fattori di rischio per l’economia mondiale. L’Iran considera il controllo dello stretto una delle proprie principali leve negoziali e ha legato la piena normalizzazione del traffico al raggiungimento di un accordo complessivo con Washington.
La guerra si allarga allo Yemen e all’Arabia Saudita
Nelle ultime settimane il quadro si è ulteriormente complicato con la nuova escalation degli Houthi nello Yemen, movimento sostenuto dall’Iran. Gli Houthi hanno lanciato missili e droni contro obiettivi sauditi, arrivando a colpire anche l’area di Riyad e infrastrutture energetiche collegate al sistema petrolifero saudita. Tra gli obiettivi figurano anche strutture nell’area di Yanbu, importante terminale sul Mar Rosso.
L’Arabia Saudita ha risposto intensificando i bombardamenti in Yemen. Gli Houthi, nel frattempo, hanno ampliato il loro controllo su alcune aree della costa e sulle isole strategiche vicine allo stretto di Bab el-Mandeb. La conseguenza è che la crisi energetica non riguarda più soltanto Hormuz: anche le rotte alternative attraverso il Mar Rosso e le infrastrutture saudite sono entrate direttamente nel conflitto.
La Cina prova a frenare gli Houthi
Anche Pechino sta cercando di intervenire diplomaticamente. Secondo Reuters, l’Arabia Saudita avrebbe chiesto alla Cina di utilizzare la propria influenza sull’Iran affinché Teheran contribuisca a contenere gli attacchi degli Houthi contro il territorio saudita. La richiesta mostra quanto il conflitto abbia ormai superato il confronto diretto tra Washington e Teheran.
La Cina è uno dei principali partner economici dell’Iran e allo stesso tempo ha enormi interessi energetici nel Golfo. Un’ulteriore destabilizzazione delle rotte petrolifere colpirebbe direttamente anche Pechino.
Il petrolio resta sopra i 100 dollari
Il prezzo dell’energia continua a essere uno degli effetti più immediati della guerra.
Dopo settimane di fortissime tensioni, il petrolio ha registrato nelle ultime ore un calo proprio grazie alla speranza che l’Assemblea generale dell’Onu possa riaprire uno spazio diplomatico. Il Brent è sceso intorno ai 102 dollari al barile, mentre il Wti americano si è portato sotto quota 100 dollari.
Si tratta però di livelli ancora molto elevati, e i mercati restano estremamente sensibili a qualsiasi notizia proveniente dal Golfo.
Un nuovo attacco americano contro l’Iran, una chiusura ancora più rigida di Hormuz o nuovi colpi contro le infrastrutture saudite potrebbero rapidamente cambiare nuovamente lo scenario.
Negli Stati Uniti cresce anche lo scontro politico
La durata della guerra sta diventando un problema politico anche all’interno degli Stati Uniti. Il 15 settembre la Camera dei Rappresentanti ha approvato per la terza volta una risoluzione sui poteri di guerra destinata a limitare la possibilità del presidente di proseguire le operazioni militari contro l’Iran senza una specifica autorizzazione del Congresso.
Il provvedimento è passato con 220 voti favorevoli e 204 contrari, con il sostegno di tutti i democratici presenti e di alcuni repubblicani. La Casa Bianca continua però a difendere la legittimità delle operazioni e Trump potrebbe porre il veto nel caso in cui una misura analoga riuscisse a completare l’intero percorso parlamentare.
I costi militari e le perdite americane
La guerra sta pesando anche sulle risorse militari statunitensi. Le stime pubblicate nelle ultime settimane indicano decine di miliardi di dollari già spesi, soprattutto per munizioni, sistemi di difesa e operazioni aeronavali.
Sul numero delle vittime americane esiste inoltre una controversia. I dati pubblici del Pentagono indicano almeno 18 militari morti nel corso del conflitto, mentre il Washington Post, citando funzionari anonimi, ha parlato di almeno 22 decessi. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha respinto categoricamente questa seconda ricostruzione.
Anche questo fronte alimenta lo scontro interno negli Stati Uniti, dove l’opposizione chiede maggiore trasparenza sui costi e sugli obiettivi finali della guerra.
Il nodo nucleare resta irrisolto
Al centro del conflitto continua a esserci il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti sostengono di avere inflitto danni gravissimi alle infrastrutture militari e nucleari di Teheran. Tuttavia, diverse valutazioni indipendenti hanno indicato che gli attacchi hanno seriamente rallentato il programma senza necessariamente eliminarne tutte le capacità.
Washington pretende garanzie che impediscano all’Iran di arrivare alla produzione di un’arma nucleare. Teheran continua invece a rivendicare il diritto a un programma nucleare civile e chiede la rimozione delle sanzioni e delle misure economiche adottate dagli Stati Uniti. È proprio su questo punto che i negoziati continuano a bloccarsi.
Tutto passa ora da New York
Le prossime giornate all’Onu possono quindi diventare decisive, anche se al momento non esistono garanzie di una svolta. Trump ha scelto ancora una volta di combinare apertura diplomatica e minaccia militare. Da una parte dice di essere pronto a sedersi davanti a Pezeshkian; dall’altra lascia intendere di stare valutando un’azione molto più pesante contro l’Iran.
Teheran risponde nello stesso modo: dichiara di essere disponibile a discutere attraverso i mediatori, ma promette una rappresaglia durissima nel caso di nuovi bombardamenti.
Dopo quasi sette mesi di guerra, la situazione rimane quindi estremamente instabile. La possibilità di un incontro tra Trump e Pezeshkian rappresenta lo spiraglio diplomatico più importante delle ultime settimane, ma per ora è soltanto una possibilità. E la frase pronunciata dal presidente americano a Fox News lascia aperto anche lo scenario opposto: “Sto prendendo delle decisioni. La mia domanda è se e quando farò saltare tutto in aria”.


