
Ad Amatrice, a dieci anni dal terremoto che ha segnato per sempre il volto della città, Sergio Mattarella inaugura il nuovo anno scolastico scegliendo parole che guardano al futuro: «La scuola è aperta a tutti». Gli studenti, in maglietta azzurra, gli riservano l’applauso più caloroso. Il presidente della Repubblica rende omaggio alle 299 vittime del sisma e visita l’istituto intitolato a Sergio Marchionne, ricostruito anche grazie ai 6,5 milioni di euro raccolti con la vendita all’asta di una Ferrari.
Con i Monti della Laga sullo sfondo, Mattarella traccia il profilo della scuola che serve all’Italia di oggi: un luogo capace di costruire ponti, non barriere, di tendere la mano e non di alzare muri. Una scuola chiamata a contrastare «i muri dell’indifferenza e della incomunicabilità», a impedire la formazione di ghetti e a favorire l’inclusione. Per il capo dello Stato, è «la più efficace leva di integrazione» tanto per chi arriva da altri Paesi quanto per i giovani nati in Italia da famiglie di origine straniera.
Il messaggio arriva mentre il tema dell’integrazione scolastica è al centro del dibattito politico. Senza citare direttamente le proposte avanzate in questi giorni dalla maggioranza, Mattarella parla di una scuola «all’altezza dei tempi nuovi»: una scuola capace di includere, recuperare e ricostruire. Una visione che mette al centro la convivenza e che si contrappone, sul piano delle idee, alle ipotesi di percorsi scolastici separati per gli studenti.

Il cuore del discorso è però un altro: la coesione sociale. Richiamando l’articolo 34 della Costituzione, Mattarella ricorda che la scuola è «aperta a tutti» e deve «stabilire legami» e conquistare la fiducia delle famiglie. Il suo compito, sottolinea, è contribuire a rendere le comunità più sicure, unire e non lacerare, superando diffidenza e incomunicabilità. Un richiamo rivolto non soltanto agli insegnanti, ma anche alle istituzioni, alle famiglie e all’intera società.
Il presidente affronta anche il tema della violenza a scuola, partendo dal grave episodio dell’aggressione a una professoressa da parte di un tredicenne a Roma. Mattarella condanna il bullismo, soprattutto quando colpisce i più deboli o chi viene percepito come diverso, e richiama i genitori alle proprie responsabilità. L’alleanza tra famiglie e insegnanti, osserva, è fondamentale e non può trasformarsi in minacce o aggressioni.
Dure anche le parole contro ogni forma di sopraffazione nei confronti delle ragazze. Mattarella definisce intollerabili gli episodi di violenza e mette in guardia anche dalle forme meno evidenti di controllo e dominio: quelle «pretese miserabili di supremazia e di impossessamento» che negano libertà e dignità. La scuola, nella sua idea, deve dunque essere anche palestra di rispetto, responsabilità e convivenza.
La risposta non passa soltanto attraverso regole più rigide, ma attraverso la costruzione di una etica condivisa. Gli insegnanti, sottolinea il capo dello Stato, non possono essere lasciati soli e le istituzioni devono mantenere la propria responsabilità soprattutto nei contesti più difficili. Centrale anche la lotta alla dispersione scolastica, mentre il mondo cambia sotto la spinta di tecnologie e «macchine sempre più intelligenti».
In questo scenario, Mattarella invita i ragazzi a non confondere la velocità con il senso della vita. Conoscenza e studio restano strumenti essenziali, così come amicizia, attenzione agli altri e responsabilità: una strada che il presidente indica come «strada della libertà». Il riferimento a Milan Kundera diventa l’occasione per riflettere su una società che corre sempre più rapidamente, ma che rischia di perdere per strada ciò che davvero conta.
Il discorso di Amatrice incontra, infine, alcune delle preoccupazioni espresse dal cardinale Matteo Zuppi, che ha definito una scuola autenticamente inclusiva uno degli strumenti più potenti di giustizia e pace. La sfida è quella di ridurre le disuguaglianze educative, evitando che il luogo in cui si nasce finisca per determinare le opportunità di apprendimento. Dialogando con Alberto Angela, Mattarella ha invitato gli studenti a «guardare con fiducia al futuro» e ha chiuso con un ricordo personale, leggero e umano: «Avevo una pessima grafia». Un sorriso dopo un discorso che, ad Amatrice, ha affidato proprio alla scuola il compito di ricucire ciò che rischia di dividersi.


