
L’architetto Silvano Larini se n’è andato a 91 anni passati, e con lui un altro pezzetto di quell’epoca gloriosa – o più probabilmente no, chissà – della usurata “Milano da bere”, cioè del rampantismo socialista di Bettino Craxi. L’ultima stagione della storia italiana, dal Dopoguerra in poi, nella quale sembrava ancora diffusa la convinzione che, comunque, domani si sarebbe stati meglio di oggi.
L’architetto Silvano Larini se n’è andato a 91 anni passati, e con lui un altro pezzetto di quell’epoca gloriosa – o più probabilmente no, chissà – della usurata “Milano da bere”, cioè del rampantismo socialista di Bettino Craxi. L’ultima stagione della storia italiana, dal Dopoguerra in poi, nella quale sembrava ancora diffusa la convinzione che, comunque, domani si sarebbe stati meglio di oggi.
Storie di partiti forti, con delle idee di società; ma anche invasivi, faccende di posti nelle partecipate pubbliche da occupare con diligenza e di tangenti per finanziare le proprie attività. Fondi illeciti che Larini ammise parlando con i magistrati nel 1993: «Avevo solo un ruolo di fattorino, nel senso che dovevo ricevere il denaro che Carnevale o Prada mi consegnavano e dovevo portarlo all’onorevole Craxi». Tra il 1987 e il 1991, raccontò, aveva ricevuto «circa 7 o 8 miliardi complessivamente», consegnati ogni volta negli uffici milanesi del leader socialista, in piazza Duomo 19. Aggiunse anche che comunque, sai com’è, le prendevano tutti. Funzionava così.
Larini, originario di Cernobbio, la cittadina sul Lago di Como famosa per il Forum Ambrosetti, era nato in India, dove il padre Cesare era proprietario di una ditta di import-export, la “Equatoriale”. Una famiglia benestante: dopo l’infanzia a Calcutta, Larini aveva frequentato il collegio Gallio a Como e poi l’università a Milano. «Una giovinezza in Jaguar», per dirla con le parole di Lina Sotis sul Corriere della Sera nel 2003.
Tre matrimoni alle spalle, una casa di 400 metri quadrati nel centro di Milano, all’epoca Larini un ospite fisso del bar Giamaica di via Brera, il locale più amato dalla bohème milanese, dove trovavi un po’ di tutto: giornalisti, ex rivoluzionari, ricchi annoiati e amministratori delegati. Tra feste, passione per la pittura e viaggi in giro per il mondo, il bon vivant Larini aveva conosciuto Craxi molto presto: il padre di Bettino, prefetto di Como, frequentava suo padre Cesare. Ne divenne uno degli amici più fidati, con l’appuntamento familiare del sabato nella casa di via Foppa del segretario socialista e quello più politico del lunedì, a pranzo con i maggiorenti del Psi. Fu Larini a far conoscere Craxi e Silvio Berlusconi negli anni ‘70.
«Aitante. Abbronzatissimo. La camicia aperta sul collo massiccio. Un catenone d’oro da almeno un etto. I capelli rasati a zero, stile lagunare d’assalto o navigatore solitario. Che forza, il Larini! Sembrava lui il padrone del vapore», lo descrisse Giampaolo Pansa in un articolo sull’Espresso del 2012, ricordando l’ambiente di un’intervista a Craxi di molti anni prima. Lo stesso Pansa definì l’architetto «l’affossatore del partitismo affaristico stile Prima Repubblica».
Accanto alla mondanità, c’erano infatti gli incarichi e gli affari: i vertici di Lombardia Risorse e i rapporti con il Piano intercomunale milanese, il Pim, struttura di pianificazione territoriale attorno alla quale gravitavano interessi economici e appalti. Un mondo nel quale politica, amministrazione pubblica e imprese si intrecciavano, e del quale Larini fu uno dei protagonisti.
Nel necrologio affidato oggi al Corriere della Sera, l’ultima moglie Viviana Lecchi, un passato da modella, scrive per annunciarne la morte: “Silvano Larini Architetto. Pittore. Designer. Genius loci. Naturalista. Deep and refined thinker. Per sempre Viviana”.


