
Un legame solido, cementato da un quarto di secolo di vita condivisa, quotidiana dedizione al lavoro e una silenziosa, struggente preoccupazione materna destinata a trasformarsi nell’incipit di un incubo senza ritorno. La comunità di Mirandola giace sgomenta e attonita di fronte alla spaventosa carneficina consumatasi tra le mura domestiche di una villa in via Imperiale, dove la settantaquattrenne Vincenza Giannini e il consorte ottantaduenne Pier Ferdinando Casarisono stati trucidati e decapitati. Un duplice omicidio d’inaudita violenza sul quale gli investigatori della Polizia di Stato hanno cinto subito d’assedio la posizione di Daniele Tavoni, 54 anni, figlio della donna nato da un precedente matrimonio, attualmente sottoposto a provvedimento di fermo di indiziato di delitto.
Originaria del comune foggiano di Bovino ma emiliana d’adozione ormai da decenni, Vincenza Giannini aveva speso oltre trent’anni della propria esistenza come operaia nello stabilimento biomedicale Haemotronic di Mirandola, azienda simbolo del distretto industriale tragicamente colpita dal sisma del 2012. Le ex compagne di reparto ricordano la settantaquattrenne con commozione profonda, delineandone il profilo solare e instancabile. Un ricordo nitido e affettuoso è stato affidato dall’ex collega Nadia: «Facevamo i turni di notte insieme. Era una donna brillante, sempre attiva, e con un cuore enorme. Amava moltissimo suo marito ed era buona con tutti. Ma era sempre preoccupata per il figlio».
Al suo fianco vi era Pier Ferdinando Casari, per tutti semplicemente “Pietro”, ottantaduenne nativo di San Felice sul Panaro, uomo riservato e profondamente legato alla consorte. Una coppia dall’incedere tranquillo, vista quotidianamente nel quartiere mentre sbrigava le faccende domestiche o scambiava fugaci battute con gli abitanti di via Imperiale.
Il dramma del disagio e le tensioni per i soldi
Dietro l’apparente normalità dell’esistenza contadina si celava tuttavia un’ombra opprimente. Il nucleo dell’angoscia di Vincenza si concentrava sulla figura del figlio Daniele Tavoni, residente nella porzione d’immobile adiacente. Il cinquantaquattrenne, privo di un’occupazione fissa e gravato da una complessa diagnosi psichiatrica mai adeguatamente seguita, dipendeva finanziariamente in tutto e per tutto dalla madre. I frequenti litigi per motivi economici avevano esasperato i rapporti, alimentando un clima di costante ed estrema apprensione nella donna per l’incertezza del futuro del figlio.
A scoperchiare il vaso di Pandora è stata giovedì 17 ottobre sera, intorno alle 19.30, una vicina di casa insospettita dal prolungato ed insolito silenzio della coppia, che non si faceva notare all’esterno da circa 48 ore. L’intervento d’urgenza dei soccorritori e delle volanti ha rivelato una scena raccapricciante: i corpi delle due vittime erano stati sfigurati, recisi e lasciati legati all’interno della residenza.
Mentre gli inquirenti della Squadra Mobile e la Procura completano i riscontri tecnici e biologici nell’abitazione, a Mirandola resta soltanto il dolore sordo per due anziani stimati e lavoratori, strappati alla vita dalla furia cieca esplosa proprio all’interno del rifugio domestico.


