
Il Viminale cerca di capire chi abbia alimentato la nuova ondata di violenza nelle piazze italiane, ma gli investigatori si trovano davanti a un fenomeno difficile da decifrare. I protagonisti degli scontri sono soprattutto giovanissimi, spesso minorenni e sconosciuti agli apparati di sicurezza, che si organizzano attraverso i social network senza fare riferimento a movimenti strutturati o leader riconoscibili. Una mobilitazione che sfugge ai tradizionali sistemi di prevenzione e che ha colto impreparate le forze dell’ordine. Il bilancio degli scontri di sabato è pesante: 28 arrestati, tra cui 12 minorenni, e 141 agenti feriti.
A preoccupare il ministero dell’Interno è soprattutto l’assenza di una struttura organizzativa. Non ci sono responsabili con cui concordare lo svolgimento delle manifestazioni, né interlocutori capaci di controllare i partecipanti o contenere le frange più violente. Le proteste nascono online, si diffondono rapidamente e portano nelle strade ragazzi con motivazioni differenti, senza un programma politico condiviso. Gli apparati di sicurezza si trovano così a fronteggiare gruppi difficili da identificare prima che raggiungano le piazze.
La pista dei social e i collegamenti con Francia e Albania
L’attenzione degli investigatori si concentra adesso sull’origine della mobilitazione digitale. Al centro degli accertamenti c’è il primo volantino diffuso online per convocare le manifestazioni. La Polizia di prevenzione sta cercando di individuare gli account che hanno pubblicato e rilanciato l’appello, ricostruendo la sequenza delle condivisioni e la rapidità con cui il messaggio è arrivato a migliaia di ragazzi.
Un elemento considerato significativo è la somiglianza grafica tra il materiale circolato in Italia e quello utilizzato nelle proteste in Francia. Gli investigatori stanno esaminando anche le analogie con le mobilitazioni avvenute in Albania, cercando di capire se esistano collegamenti tra i diversi movimenti. Tra le ipotesi al vaglio c’è anche un’eventuale amplificazione artificiale dei contenuti attraverso gli algoritmi delle piattaforme, favorita da possibili interventi esterni. Al momento si tratta di una pista investigativa, non di un meccanismo accertato. Un ruolo potrebbe essere stato svolto anche da utenti che hanno condiviso gli appelli senza conoscerne l’origine, spinti dall’adesione alla protesta oppure dalla possibilità di ottenere visualizzazioni e nuovi follower.
Il problema dell’ordine pubblico e gli errori nella gestione delle piazze
La geografia degli scontri restituisce una realtà frammentata. A Torino gli ambienti di Askatasuna hanno tentato di assumere un ruolo di riferimento nella mobilitazione, mentre in altre città le organizzazioni antagoniste tradizionali hanno mantenuto le distanze. A Roma sono emerse vicinanze con ambienti legati alle precedenti proteste No Vax; altrove si registrano richiami ai gilet gialli. A Milano, Bergamo, Brescia e Verona, dove le violenze hanno assunto particolare intensità, è stata rilevata una presenza significativa di ragazzi di seconda generazione. Non è tuttavia emersa una piattaforma politica comune capace di unificare le diverse proteste.
Il confronto al Viminale ha riguardato anche le criticità nella gestione dell’ordine pubblico. La mancanza di preavvisi e di informazioni precise sui luoghi delle manifestazioni ha spinto a distribuire i reparti su numerosi territori, con l’obiettivo di garantire una copertura più ampia possibile. Una strategia che ha però determinato una dispersione delle risorse proprio mentre alcune piazze diventavano teatro degli scontri più duri. Gli apparati di sicurezza stanno quindi riesaminando le modalità di impiego degli uomini e dei mezzi, consapevoli che un rafforzamento dei presidi non risolve da solo il problema della prevenzione.
La priorità resta individuare il meccanismo attraverso cui una convocazione digitale riesce a trasformarsi rapidamente in una mobilitazione di massa. Risalire ai primi messaggi, identificare gli account che ne hanno favorito la diffusione e comprendere il funzionamento delle reti di condivisione potrebbe consentire agli investigatori di anticipare le prossime manifestazioni. Per il ministero dell’Interno la difficoltà principale è proprio questa: prevenire nuove violenze quando non esistono organizzatori riconoscibili, percorsi concordati o riferimenti politici con cui confrontarsi.


