
Un colpo violento, il sangue sulla fronte e una ferita che richiede quattro punti di sutura. In una situazione di forte tensione, fermarsi avrebbe potuto sembrare una scelta comprensibile, soprattutto dopo essere stato colpito durante gli scontri. Eppure, per chi è chiamato a garantire la sicurezza pubblica, il dovere può significare anche continuare a operare nonostante le conseguenze di un’aggressione. È quanto accaduto durante le violenze che hanno interessato il centro di Milano, dove gli agenti si sono trovati a fronteggiare gruppi di giovani coinvolti in episodi di devastazione.
La scena è quella di una piazza segnata dalla tensione, con le forze dell’ordine impegnate a contenere i disordini e a proteggere la città. Tra gli operatori rimasti sul posto c’è un dirigente della Polizia di Stato, colpito al volto da un sampietrino ma determinato a proseguire il servizio. La sua scelta, maturata mentre le operazioni erano ancora in corso, ha attirato l’attenzione sul ruolo degli uomini e delle donne in divisa chiamati a intervenire nelle situazioni più difficili.
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Angelo De Simone ferito durante gli scontri in piazza Duomo
Il protagonista della vicenda è Angelo De Simone, 55 anni, primo dirigente della Polizia di Stato e responsabile del commissariato Garibaldi-Venezia. Sabato 17 ottobre, durante i disordini che hanno devastato parte del centro di Milano, è stato colpito alla testa da un sampietrino lanciato da alcuni dei partecipanti alle violenze.
Nonostante la ferita, il dirigente è rimasto in piazza Duomo, continuando a svolgere il proprio compito nel dispositivo di sicurezza predisposto per fronteggiare la situazione. La lesione riportata alla fronte ha richiesto quattro punti di sutura, ma non lo ha indotto ad abbandonare il presidio mentre le operazioni erano ancora in corso.
La sua decisione è stata accompagnata da una spiegazione precisa delle responsabilità che ricadono sulle forze dell’ordine nei momenti di emergenza. «Dobbiamo garantire la sicurezza della città», ha dichiarato, sottolineando la necessità di affrontare quanto stava accadendo con tutte le risorse disponibili.

Una lunga esperienza nella gestione dell’ordine pubblico
De Simone ha maturato una significativa esperienza sul campo, occupandosi nel corso della carriera di numerosi eventi caratterizzati da elevati livelli di tensione. Tra questi figurano cortei a sostegno della causa palestinese e manifestazioni legate al mondo del tifo calcistico, contesti nei quali la gestione dell’ordine pubblico richiede preparazione, capacità di coordinamento e attenzione all’evoluzione delle situazioni.
Il dirigente ha operato anche in aree complesse del capoluogo lombardo, comprese quelle intorno alla Stazione Centrale e a Porta Garibaldi, zone interessate da una intensa frequentazione e dalla movida serale, nelle quali si verificano anche episodi di criminalità e violenza.
Dopo l’esperienza alla guida del commissariato Greco-Turro, nel 2020 è stato promosso primo dirigente della Polizia di Stato e ha assunto la direzione della Divisione Anticrimine della Questura di Novara. Successivamente è rientrato a Milano, dove ha ripreso a lavorare in un contesto operativo caratterizzato da un’intensa attività di prevenzione e controllo del territorio.
«Non ce lo possiamo permettere»: la scelta di continuare il servizio
Le parole pronunciate da De Simone restituiscono il senso della decisione di restare in servizio nonostante l’aggressione subita. «Non ce lo possiamo permettere», ha spiegato, riferendosi alla necessità di affrontare una situazione che richiedeva l’impiego di tutte le forze disponibili per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica.
Il giorno successivo, con un cappellino a coprire la ferita, il dirigente ha raccontato di sentirsi meglio e ha ricostruito quanto accaduto durante il lancio di pietre in piazza Duomo. Ha riferito di essere stato raggiunto alla fronte da un sampietrino e di essere riuscito a schivare parzialmente il colpo, riportando una lesione che ha richiesto quattro punti di sutura.
La ferita non gli ha impedito di proseguire il lavoro mentre gli agenti erano impegnati a fronteggiare i gruppi responsabili dei disordini. Una scelta che ha reso evidente la difficoltà di intervenire in contesti nei quali il rischio per gli operatori può diventare concreto in pochi istanti.

I gruppi di giovani e la difficoltà di contenere le violenze
Nel descrivere le ore di tensione, De Simone ha richiamato l’attenzione sulla presenza di gruppi numerosi, composti anche da minorenni, che avrebbero partecipato agli episodi di violenza. Secondo il dirigente, gli agenti si sono trovati ad affrontare giovani organizzati, spesso con il volto coperto e caratterizzati da comportamenti aggressivi.
«Sono numerosi, animati da foga distruttiva e spesso travisati», ha spiegato, evidenziando anche il ruolo assunto dalla dinamica collettiva. A suo giudizio, l’appartenenza al gruppo può accentuare i comportamenti negativi, spingendo alcuni partecipanti a manifestare una maggiore aggressività in relazione al numero delle persone coinvolte.
Il racconto del dirigente restituisce così il quadro di un intervento complesso, nel quale la gestione dell’ordine pubblico si è intrecciata con il rischio di aggressioni dirette contro gli operatori. Al centro resta la necessità di garantire la sicurezza dei cittadini e di riportare la situazione sotto controllo, anche quando le condizioni operative diventano particolarmente difficili.
La vicenda di Angelo De Simone, ferito durante gli scontri ma rimasto in servizio, si inserisce in questo contesto e richiama l’attenzione sulle responsabilità quotidiane delle forze dell’ordine, chiamate a intervenire in scenari in cui la tutela della collettività può comportare rischi personali concreti.


