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Gerusalemme musulmana, la città delle cinque preghiere nel cuore dello Stato ebraico

Pubblicato: 26/10/2026 10:12

Reportage da Gerusalemme – Ci sono cinque momenti della giornata in cui Gerusalemme cambia voce. Dai minareti si alza il richiamo del muezzin, una cantilena solenne che attraversa i vicoli della Città Vecchia, supera le terrazze di pietra chiara, si mescola al rumore dei mercati e raggiunge i quartieri distesi sulle colline. Allahu Akbar, Dio è il più grande. Le parole risuonano in arabo, la lingua di una comunità che vive qui da oltre tredici secoli e che rappresenta una componente fondamentale della popolazione cittadina. È la voce della Gerusalemme musulmana, quella che raramente trova spazio nei racconti di una città abitualmente descritta attraverso le sue divisioni politiche e religiose. Eppure è una presenza quotidiana, profonda, visibile. Una città nella città, con le sue moschee, le sue scuole, le sue famiglie, i suoi commerci, le sue tradizioni. E soprattutto con un rapporto con la fede che scandisce il trascorrere delle ore.

Per comprendere questa Gerusalemme bisogna cominciare proprio dalla preghiera. Nell’Islam si chiama salat ed è uno dei cinque pilastri della religione musulmana. Ogni fedele osservante è chiamato a pregare cinque volte al giorno, seguendo il movimento del sole. La prima preghiera, Fajr, precede l’alba. La seconda, Dhuhr, arriva dopo mezzogiorno. Poi ci sono Asr, nel pomeriggio, Maghrib, immediatamente dopo il tramonto, e Isha, quando è ormai notte. Prima di pregare, i fedeli compiono le abluzioni rituali, lavando alcune parti del corpo secondo prescrizioni precise. Poi si rivolgono verso la Mecca, si inchinano e si inginocchiano fino a toccare il terreno con la fronte. Un rito che si ripete milioni di volte ogni giorno nel mondo islamico, ma che a Gerusalemme assume una dimensione particolare, perché qui la religione incontra una delle storie più complesse e affascinanti dell’umanità.

Basta osservare il paesaggio religioso della città per comprendere quanto questo intreccio sia profondo. Il Muro Occidentale, il luogo più importante della preghiera ebraica, la Basilica del Santo Sepolcro, cuore della devozione cristiana, e il grande santuario islamico di al-Aqsa si trovano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Nessun’altra città concentra in uno spazio tanto ristretto una simile densità di significati religiosi. E pochi luoghi al mondo riescono a trasformare la preghiera in un elemento così profondamente legato all’identità collettiva.

Al-Aqsa, la grande preghiera del venerdì e le tensioni di oggi

Il cuore spirituale dell’Islam a Gerusalemme è il complesso di al-Aqsa, nella parte sudorientale della Città Vecchia. Per i musulmani è al-Haram al-Sharif, il Nobile Santuario. Per gli ebrei è il Monte del Tempio, il luogo più sacro dell’ebraismo, dove sorgevano i due antichi Templi. Qui si trova anche la celebre Cupola della Roccia, con la sua copertura dorata diventata uno dei simboli più riconoscibili della città. Viene spesso confusa con la moschea di al-Aqsa propriamente detta, che sorge poco più a sud, con la sua cupola grigio-argentea. Nell’uso religioso musulmano, tuttavia, il nome al-Aqsa può indicare l’intero complesso.

Gerusalemme è la terza città santa dell’Islam, dopo la Mecca e Medina. Secondo la tradizione musulmana, il profeta Maometto compì un viaggio notturno dalla Mecca fino alla moschea più lontana, identificata con al-Aqsa, prima di ascendere ai cieli. È il racconto dell’Isra e Mi’raj, uno degli episodi centrali della spiritualità islamica. Gerusalemme fu anche la prima direzione verso la quale i musulmani si rivolgevano durante la preghiera, prima che l’orientamento rituale venisse stabilito verso la Mecca. Il legame religioso con la città precede dunque di molti secoli il conflitto israelo-palestinese. La conquista araba avvenne nel VII secolo, durante il califfato di Umar, mentre la Cupola della Roccia venne completata alla fine dello stesso secolo sotto gli Omayyadi.

Il momento più significativo della settimana è il venerdì, quando la comunità musulmana si raccoglie per la preghiera collettiva, la Jumu’ah. Il rito è accompagnato dalla khutbah, il sermone pronunciato dall’imam. Nei grandi raduni i fedeli si dispongono in file ordinate, uno accanto all’altro, mentre la preghiera trasforma i cortili del santuario in uno spazio collettivo. È anche una manifestazione straordinaria del senso di appartenenza della comunità palestinese di Gerusalemme, per la quale al-Aqsa rappresenta contemporaneamente un luogo religioso, un riferimento identitario e un simbolo nazionale.

L’attualità dimostra quanto questo equilibrio rimanga delicato. Venerdì 23 ottobre 2026, secondo il Waqf islamico e le cronache palestinesi, decine di migliaia di fedeli hanno partecipato alla preghiera ad al-Aqsa, nonostante i controlli di sicurezza predisposti dalle autorità israeliane agli ingressi della Città Vecchia. La giornata è stata segnata anche dal fermo del predicatore Khaled Abu Jumaa, avvenuto dopo il sermone e la preghiera. Secondo i media palestinesi, il religioso è stato successivamente rilasciato con un divieto temporaneo di accesso al santuario. È un episodio che racconta la complessità della situazione contemporanea, nella quale il diritto di culto, le esigenze di sicurezza rivendicate dalle autorità israeliane e le tensioni politiche continuano a confrontarsi.

La gestione stessa del santuario riflette questa complessità. L’amministrazione religiosa è affidata al Waqf islamico, legato alla Giordania, mentre Israele esercita il controllo della sicurezza e degli accessi. Il sistema consolidatosi dopo il 1967 prevede che il luogo sia destinato alla preghiera musulmana, consentendo ai non musulmani di visitarlo secondo determinate regole. Un equilibrio sottoposto negli ultimi anni a crescenti tensioni, anche per le visite di gruppi religiosi ebraici e per le controversie sulle preghiere all’interno del complesso. Ma al di là delle questioni politiche, al-Aqsa rimane soprattutto il grande centro religioso di una comunità che continua a riconoscersi nei propri luoghi sacri.

Quattrocentomila musulmani nella città santa: la libertà religiosa e la vita quotidiana

La presenza islamica, naturalmente, non si esaurisce nel santuario. Secondo i dati diffusi nel maggio 2026 dall’Ufficio centrale di statistica israeliano, a Gerusalemme vivono circa 395.200 musulmani, pari al 37,2 per cento della popolazione cittadina, sulla base delle stime riferite alla fine del 2025. È la più grande concentrazione urbana di musulmani censita in Israele e rappresenta oltre un quinto dell’intera popolazione islamica del Paese, stimata in 1,849 milioni di persone. Numeri che aiutano a comprendere una realtà spesso ignorata: Gerusalemme è anche una delle grandi città musulmane del Medio Oriente, pur essendo il centro politico e spirituale dello Stato ebraico.

La comunità si concentra soprattutto nella parte orientale della città, nei quartieri di Sheikh Jarrah, Wadi al-Joz, Silwan, Shuafat, Beit Hanina e Jabal Mukaber, oltre naturalmente al quartiere musulmano della Città Vecchia. Qui l’Islam si manifesta attraverso una quotidianità che va ben oltre i riti religiosi. Le piccole attività commerciali, le botteghe, le scuole, le famiglie numerose, le associazioni comunitarie, le feste e le tradizioni costruiscono un tessuto sociale profondamente radicato. Nel quartiere musulmano della Città Vecchia, tra vicoli stretti, archi di pietra e mercati, la dimensione religiosa convive con quella commerciale. I profumi delle spezie, del caffè e del pane appena sfornato accompagnano la vita di strade che conservano un’identità araba e islamica riconoscibile.

Un’immagine particolarmente significativa di questa convivenza religiosa si incontra addirittura nel luogo più sacro della cristianità. Le chiavi della Basilica del Santo Sepolcro sono custodite da secoli da una famiglia musulmana, mentre un’altra famiglia musulmana partecipa tradizionalmente all’apertura e alla chiusura delle porte. I nomi sono quelli dei Joudeh e dei Nuseibeh, protagonisti di una consuetudine che affonda le sue radici nel Medioevo. Due famiglie islamiche che custodiscono una tradizione cristiana in una città centrale anche per l’ebraismo: difficile immaginare un’immagine più efficace della singolarità religiosa di Gerusalemme.

Ma è soprattutto il rapporto tra la comunità musulmana e lo Stato di Israele a rappresentare uno degli aspetti più interessanti di questa realtà. Israele è nato come patria nazionale del popolo ebraico, eppure al suo interno vive una consistente minoranza islamica che pratica pubblicamente la propria religione. La libertà di culto è riconosciuta dall’ordinamento israeliano, le moschee sono aperte, le comunità religiose possono organizzarsi e celebrare le proprie festività, mentre i cittadini arabi musulmani partecipano alla vita politica nazionale, possono votare ed essere eletti alla Knesset. Anche la vita pubblica del Paese riflette una società più articolata di quanto suggerisca la sua definizione di Stato ebraico.

C’è un’immagine che racconta questa dimensione con particolare immediatezza: un musulmano inginocchiato in preghiera all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Nel principale aeroporto internazionale israeliano, uno dei luoghi più controllati del Paese per evidenti ragioni di sicurezza, un fedele si rivolge verso la Mecca e compie il proprio rito religioso. È una scena semplice, che non pretende di spiegare da sola la complessità di Israele, ma ne rivela un aspetto autentico. Nel Paese che rivendica la propria identità ebraica, un musulmano può pregare pubblicamente il proprio Dio. Un’immagine quotidiana di pluralismo religioso, particolarmente significativa in una regione nella quale i rapporti tra religione, società e potere politico sono spesso caratterizzati da forti tensioni.

La situazione dei musulmani di Gerusalemme Est presenta tuttavia una particolarità. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele assunse il controllo della parte orientale della città, fino ad allora amministrata dalla Giordania. L’annessione non è riconosciuta dalla maggior parte della comunità internazionale. Alla popolazione palestinese non venne attribuita automaticamente la cittadinanza israeliana: fu riconosciuto prevalentemente lo status di residente permanente, mentre la cittadinanza poteva essere richiesta attraverso una procedura di naturalizzazione. Molti palestinesi scelsero storicamente di non richiederla, perché ciò avrebbe comportato il riconoscimento politico della sovranità israeliana su Gerusalemme Est; altri incontrarono ostacoli burocratici e giuridici. Ancora oggi gran parte della comunità conserva quello status, che consente di vivere e lavorare in Israele, accedere a servizi pubblici e votare alle elezioni comunali, ma non a quelle parlamentari. Una distinzione che riguarda la condizione nazionale e politica della popolazione palestinese, indipendentemente dall’appartenenza musulmana o cristiana.

La vita religiosa continua comunque a scandire il calendario cittadino. Durante il Ramadan, il mese del digiuno islamico, interi quartieri modificano le proprie abitudini. Dall’alba al tramonto i fedeli osservanti rinunciano al cibo e all’acqua, mentre la sera l’iftar, il pasto che interrompe il digiuno, diventa un momento di incontro familiare e comunitario. Le preghiere notturne del tarawih richiamano fedeli nelle moschee e il santuario di al-Aqsa assume una centralità ancora maggiore. Quest’anno il Ramadan è stato segnato dalle conseguenze del conflitto con l’Iran e dalle restrizioni imposte ai grandi raduni nei luoghi santi. Dopo settimane di chiusura, il 9 aprile 2026 al-Aqsa ha riaperto alla preghiera dell’alba, insieme alla progressiva riapertura degli altri principali santuari della città, in seguito all’allentamento delle misure di sicurezza. Anche il Santo Sepolcro e il Muro Occidentale erano stati interessati dalle limitazioni durante gli attacchi missilistici. (AP News⁠)

Questo episodio aiuta a comprendere come a Gerusalemme la sicurezza rappresenti una questione quotidiana e come le vicende militari della regione possano incidere direttamente sulla vita religiosa. La libertà di culto convive con controlli, restrizioni agli spostamenti e una situazione politica che resta irrisolta. Israele rivendica la necessità di proteggere una città che è stata più volte bersaglio di attentati e violenze; la comunità palestinese denuncia le difficoltà di accesso ai propri luoghi santi, soprattutto per chi proviene dalla Cisgiordania. Sono due dimensioni della stessa realtà, che un reportage deve raccontare senza cancellarne nessuna.

E tuttavia, per comprendere Gerusalemme, bisogna riuscire a guardare anche oltre la cronaca delle tensioni. Perché questa città continua a essere abitata da persone che pregano, lavorano, studiano, crescono i figli e custodiscono tradizioni familiari. Una città nella quale il venerdì musulmano, il sabato ebraico e la domenica cristiana compongono un calendario religioso unico al mondo, sovrapponendo ritmi, celebrazioni e identità differenti.

Cinque volte al giorno il richiamo del muezzin attraversa Gerusalemme. È un suono che precede di molti secoli la nascita dello Stato di Israele, le frontiere contemporanee e il conflitto israelo-palestinese. Un richiamo che continua a risuonare nella città santa dell’ebraismo e del cristianesimo, ricordando quanto profonda sia anche la sua identità islamica. In questo piccolo spazio di terra, dove ogni luogo sembra custodire una memoria e ogni memoria rivendica un’appartenenza, la quotidianità della preghiera racconta una dimensione che la politica fatica spesso a riconoscere: Gerusalemme appartiene alla storia spirituale di tre religioni e continua a vivere attraverso le persone che ogni giorno le praticano. È forse questa la sua caratteristica più straordinaria, e anche la più difficile da raccontare.

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Ultimo Aggiornamento: 26/10/2026 10:13

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