
L’Europa deve tornare a parlare con Vladimir Putin, ma deve farlo con una voce sola. È questa la posizione che emerge da Palazzo Chigi dopo l’iniziativa diplomatica del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, che martedì 27 ottobre hanno avuto una lunga conversazione telefonica con il leader del Cremlino. Giorgia Meloni apprezza il tentativo di riaprire il dialogo con Mosca, ma ritiene ormai urgente individuare un rappresentante europeo incaricato di condurre i negoziati. Una proposta che arriva mentre nell’Unione europea emergono nuove divisioni sulla strategia da adottare per arrivare alla fine della guerra in Ucraina.
Meloni chiede un negoziatore europeo: «Non possiamo perdere altro terreno»
Secondo fonti di governo, la presidente del Consiglio nutre «grande stima» nei confronti dei leader di Finlandia e Norvegia, due Paesi che hanno sostenuto Kiev fin dall’inizio dell’invasione russa.
L’iniziativa di Stubb e Støre viene quindi considerata positivamente, anche perché entrambi hanno chiarito di aver parlato con Putin a nome dei rispettivi governi e non dell’intera Europa.
Proprio questa precisazione, tuttavia, mette in evidenza quello che Palazzo Chigi considera il principale problema della diplomazia europea: l’assenza di una rappresentanza comune nei negoziati con la Russia.
Per il governo italiano è necessario designare rapidamente «una o più personalità» dotate di un mandato condiviso, in grado di rappresentare gli interessi e la sicurezza dell’Europa.
La posizione dell’esecutivo è netta: «Il negoziato non aspetta: l’Europa non può permettersi di perdere ulteriore terreno, deve decidere chi la rappresenta e deve farlo rapidamente».
Il timore è che iniziative diplomatiche separate, condotte da singoli Stati o gruppi di Paesi, finiscano per ridurre il peso politico dell’Europa nelle trattative.
Il messaggio a Macron, Francia e Germania
La richiesta di Meloni non nasce oggi. Già durante il suo intervento alla Camera, prima del Consiglio europeo di ottobre, la premier aveva sollecitato i 27 Stati membri a individuare una figura autorevole incaricata di dialogare con Mosca.
In quell’occasione aveva anche aperto alla possibilità di affidare il compito a un gruppo ristretto di Paesi, purché autorizzato a rappresentare tutti.
«Continuo a chiedere che i 27 individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa», aveva dichiarato.
La presidente del Consiglio aveva poi citato esplicitamente Francia, Germania e Regno Unito, il cosiddetto formato E3, sostenendo che, qualora intendessero guidare il negoziato, dovrebbero farlo sulla base di un mandato ufficiale condiviso.
Una posizione che si inserisce nel confronto con Emmanuel Macron e con le iniziative diplomatiche sviluppate negli ultimi anni, compresa la Coalizione dei Volenterosi.
Danimarca ed Estonia contro la telefonata a Putin
La conversazione tra i leader scandinavi e il presidente russo ha però provocato reazioni molto diverse nelle capitali europee.
La premier danese Mette Frederiksen ha espresso apertamente la propria contrarietà, sottolineando che l’iniziativa non sarebbe stata concordata con gli altri partner.
«Sono molto scettica riguardo a questa iniziativa norvegese e finlandese. Non è stata concordata con nessuno di noi», ha dichiarato, aggiungendo: «Onestamente, non so cosa pensino di poter ottenere quei due Paesi con questa mossa».
Critiche sono arrivate anche dall’Estonia, il cui ministero degli Esteri teme che i contatti diretti con Putin possano indebolire la posizione comune europea.
Secondo Tallinn, la telefonata presenterebbe «più minacce che opportunità», perché rischierebbe di compromettere l’unità dei Paesi europei senza ottenere concessioni concrete dalla Russia.
La telefonata di un’ora e mezza e la risposta di Mosca
Il colloquio tra Putin, Stubb e Støre avrebbe dovuto durare circa venti minuti, ma si sarebbe protratto per un’ora e mezza.
Non sono stati resi noti tutti i contenuti della conversazione, anche se il Cremlino ha confermato che sono state affrontate le possibili prossime tappe del processo negoziale per mettere fine alla guerra.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha ridimensionato la portata dell’iniziativa, sostenendo che i due leader europei non avrebbero presentato elementi nuovi.
Secondo Lavrov, la telefonata dimostrerebbe soprattutto la volontà degli europei di inserirsi nei negoziati, senza però modificare la propria posizione nei confronti della Russia.
Diversa la lettura del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, informato dell’iniziativa diplomatica.
«Alex e Jonas hanno trasmesso chiaramente alla leadership russa la necessità di passi genuini verso la de-escalation, in particolare riguardo il nostro settore energetico», ha spiegato il leader di Kiev.
L’urgenza dei negoziati e il nuovo inverno di guerra
La richiesta di accelerare arriva in un momento particolarmente delicato per l’Ucraina, che si prepara ad affrontare un altro inverno di guerra, con le infrastrutture energetiche esposte agli attacchi russi.
Sul tavolo europeo resta anche il problema delle risorse economiche e militari necessarie per sostenere Kiev. Zelensky ha chiesto all’Unione europea almeno altri 70 miliardi di euro per il 2027, una cifra che rende ancora più urgente il confronto tra gli Stati membri.
Per Meloni, il sostegno all’Ucraina deve continuare, ma deve essere accompagnato da una strategia diplomatica capace di garantire all’Europa un ruolo effettivo nelle trattative.
La questione, dunque, non è soltanto se riaprire il dialogo con Putin, ma chi debba rappresentare l’Europa al tavolo dei negoziati. Una decisione sulla quale i governi europei non hanno ancora trovato una posizione condivisa, mentre la guerra si avvicina al suo quinto anniversario.


