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L’Israele che non c’è: il Paese reale che il giornalismo italiano non vuole raccontare

Pubblicato: 29/10/2026 09:03

C’è un Israele che esiste soprattutto nei giornali italiani. È un Paese cupo, feroce, permanentemente sull’orlo della guerra civile, dominato da un governo che sembra rappresentare tutti e da una popolazione che sembra non rappresentare nessuno. Un Paese ridotto a pochi personaggi, qualche slogan, molte immagini di guerra e una sentenza morale già pronunciata. Poi c’è l’Israele reale. Quello delle strade, delle persone, delle città, dei villaggi, delle famiglie, delle discussioni interminabili tra chi sostiene Netanyahu e chi non lo sopporta. Ed è un Israele molto diverso da quello che una parte importante del giornalismo italiano continua a raccontare.

La cosa più sorprendente è un paradosso. Israele è probabilmente più unito di quanto sembri, proprio mentre attraversa una delle stagioni politiche più complicate della sua storia. Le elezioni restituiscono un Paese diviso, senza una maggioranza evidente, costretto ancora una volta a cercare compromessi tra forze politiche che spesso si detestano. Eppure, sotto questa superficie agitata, esiste una trama di convinzioni, paure, responsabilità e appartenenze comuni che difficilmente arriva al lettore italiano. È come se si osservassero continuamente le crepe di una casa senza accorgersi che quella casa, nonostante tutto, continua a stare in piedi.

La vita vera di un Paese che non assomiglia alla sua caricatura

Basta attraversare i vicoli delle città più antiche, dove ebrei, arabi musulmani e cristiani vivono a stretto contatto, per incontrare una realtà che sfugge alle rappresentazioni più semplicistiche. Le case addossate le une alle altre, le botteghe, i luoghi di culto, i mercati, le persone che si incrociano ogni giorno. Non è un mondo senza tensioni, né un modello perfetto di convivenza. Ci sono differenze profonde, diffidenze, problemi irrisolti. Ma c’è anche una quotidianità fatta di rapporti concreti, di abitudini condivise, di vite che si intrecciano. Una complessità che scompare quando tutto viene ridotto alla contrapposizione tra comunità destinate soltanto a combattersi.

Poi c’è Tel Aviv, con il suo lungomare che già al mattino racconta un altro pezzo di Israele. Ragazzi che corrono, gruppi di amici che giocano a beach volley sulla sabbia, biciclette, caffè, persone che passeggiano davanti al Mediterraneo. Una città vivissima, giovanissima, sorprendentemente normale, dove la voglia di vivere sembra avere la meglio persino sull’abitudine alla paura. Eppure, in questa normalità allegra, quasi ostinata, c’è una circostanza eccezionale: lo stesso cellulare con cui si organizza una partita o un aperitivo può improvvisamente segnalare un allarme missilistico. La guerra entra nella vita quotidiana, ma non è la vita quotidiana. E soprattutto non è ciò che questa gente desidera.

Non è la cartolina di un Paese felice, né una rappresentazione artificiosamente rassicurante. È semplicemente la vita che continua, con una naturalezza che può apparire incredibile a chi conosce Israele soltanto attraverso le immagini del conflitto. La guerra è una presenza possibile anche quando non si vede. E proprio per questo colpisce la determinazione con cui la società israeliana continua a lavorare, divertirsi, costruire, innamorarsi, crescere i figli. Una vitalità che racconta qualcosa di molto diverso dall’immagine di una popolazione interamente assorbita dall’odio e dalla violenza.

E poi c’è il confine con Gaza. Qui il paesaggio cambia, i ricordi diventano dolorosi, le storie personali si intrecciano con la tragedia del 7 ottobre. Nei kibbutz colpiti dagli attacchi di Hamas, nei luoghi dove intere famiglie sono state massacrate o sequestrate, si incontrano persone che portano ancora addosso il peso di quanto accaduto. E che, prima di ogni altra cosa, vogliono disperatamente tornare a vivere in pace. Vogliono poter dormire nelle proprie case, crescere i figli, lavorare, incontrare gli amici senza temere che un’altra mattina possa trasformarsi in un incubo. È il bisogno elementare di sentirsi al sicuro.

C’è un equivoco che attraversa troppo spesso il racconto italiano di Israele: la tragicità della guerra viene trasformata nella presunta volontà di fare la guerra, qualche volta persino nel piacere di farla. È un passaggio intellettuale impressionante. Tutte le guerre sono tragedie, bestialmente tragiche. Lo sono per chi muore, per chi perde i figli, per chi vede distrutta la propria casa, per chi è costretto a combattere e per chi aspetta che tutto finisca. Ma essere immersi in questa tragedia non significa desiderarla. E soprattutto non significa provare piacere nel viverla.

Israele è un Paese in guerra. Non è per questo un Paese che vuole stare in guerra. Il confine può sembrare sottile, ma è fondamentale. E quando si passa dalla descrizione di un conflitto alla rappresentazione di un intero popolo come naturalmente portato alla violenza, quasi compiaciuto della sofferenza, affiora qualcosa di più inquietante di una semplice interpretazione politica. Si avverte l’eco di un antico pregiudizio antisemita: l’idea dell’ebreo come individuo moralmente diverso, incapace di sentimenti comuni, animato da intenzioni oscure e crudeli. Un pregiudizio che oggi può ripresentarsi sotto un linguaggio apparentemente politico, rivolto non più al singolo ebreo ma all’intera società israeliana.

Naturalmente criticare un governo, contestarne le decisioni o giudicarne le operazioni militari non significa essere antisemiti. Ma attribuire agli israeliani, in quanto popolo, una sorta di vocazione alla guerra è un’altra cosa. Come se non desiderassero ciò che desiderano tutti gli esseri umani: una casa sicura, una famiglia, un lavoro, una vita da costruire. Come se i ragazzi che corrono sul lungomare e le famiglie dei kibbutz non aspettassero altro che un nuovo conflitto. Il peso storico di una simile rappresentazione, quando riguarda il popolo ebraico, non può essere ignorato.

In Israele si discute di tutto. Del governo, della guerra, delle responsabilità del 7 ottobre, del rapporto tra religione e Stato, della sicurezza, dei rapporti con l’Europa. La polemica politica è feroce, le contrapposizioni autentiche, le ferite sociali profonde. Netanyahu divide persino all’interno della destra. Ma sarebbe un errore scambiare questa conflittualità per la dissoluzione di una comunità nazionale. Gli israeliani possono essere profondamente divisi sul governo e continuare a riconoscersi nel proprio Paese. Possono contestare il primo ministro e sentirsi orgogliosamente israeliani. Possono avere idee opposte sulla sicurezza e condividere la stessa aspirazione a una vita normale.

Netanyahu, la patria e gli errori del nostro giornalismo

Anche il modo in cui viene raccontato Benjamin Netanyahu rivela la distanza tra l’Israele reale e la sua rappresentazione italiana. Nel nostro dibattito pubblico il premier è spesso trasformato in una specie di tiranno che tiene in ostaggio un Paese e ne determina da solo il destino. Ma Netanyahu non è un corpo estraneo alla società israeliana, un personaggio calato dall’alto o imposto a un popolo privo di voce. È un leader politico che ha costruito un consenso profondo e duraturo, suscitando contemporaneamente una fortissima opposizione. Ed è parte integrante di una storia nazionale e politica che sarebbe sbagliato ridurre alla sua figura.

Si può essere più o meno d’accordo con lui. Si possono contestare le sue scelte, le sue alleanze, il suo modo di esercitare il potere. Sono questioni sulle quali gli stessi israeliani si dividono duramente. Ma ridurlo alla caricatura di un dittatore significa non comprendere il legame tra la sua leadership e un sentimento nazionale che precede Netanyahu e continuerà a esistere dopo di lui. Il bisogno di una patria, la memoria delle persecuzioni, la volontà di difendere l’esistenza dello Stato ebraico, la convinzione di non poter affidare ad altri la propria sicurezza sono elementi profondi dell’identità di molti ebrei israeliani.

Naturalmente non tutti attribuiscono a queste convinzioni lo stesso significato e non tutti condividono le risposte politiche di Netanyahu. Anzi, proprio sul modo di difendere Israele si consuma una delle divisioni più aspre. Ma è difficile comprendere il premier senza comprendere il Paese che lo ha eletto più volte. La sua forza nasce anche dalla capacità di parlare a un sentimento di appartenenza collettiva che attraversa tutta la storia dello Stato ebraico. Netanyahu non è Israele, ma è una parte autentica di Israele, così come lo sono i suoi avversari e i milioni di cittadini che immaginano un futuro politico differente.

In Italia, invece, troppo spesso tutto si risolve in un’equazione elementare: Israele uguale Netanyahu, Netanyahu uguale guerra, guerra uguale identità israeliana. E così scompaiono milioni di persone, la pluralità politica, la presenza dei cittadini arabi, le differenze tra laici e religiosi, le sensibilità diverse all’interno della stessa destra. Perfino l’opposizione viene raccontata soprattutto quando può essere utilizzata come prova contro il premier. È un giornalismo che rischia di cercare conferme alle proprie convinzioni invece di interrogare la realtà. Non tutto il giornalismo italiano, naturalmente: ci sono corrispondenti competenti e analisi rigorose. Ma la semplificazione ideologica ha conquistato troppo spazio.

C’è poi un elemento che meriterebbe maggiore attenzione. In una società che vive da decenni con la percezione concreta di essere minacciata, il sentimento nazionale ha una forza difficilmente comprensibile dall’Europa occidentale. Per molti israeliani la patria riguarda direttamente la casa, la famiglia, i figli, il futuro. Questo sentimento può alimentare posizioni nazionaliste, ma anche la richiesta di un governo diverso, di nuove scelte diplomatiche, di una pace stabile. L’amore per Israele non appartiene a un solo partito. Ed è probabilmente uno degli elementi che tengono insieme una società tanto litigiosa, attraversata da divisioni autentiche e spesso dolorose.

È questo l’Israele che fatica ad arrivare in Italia. Quello dei vicoli dove convivono persone di religioni diverse, dei ragazzi che giocano sulla spiaggia di Tel Aviv, delle famiglie del sud che chiedono soltanto di vivere senza paura. Quello di chi vota Netanyahu e di chi lo combatte politicamente, di chi rivendica una patria e di chi discute ogni giorno su come dovrebbe essere governata. Un Israele che ha bisogno di essere conosciuto, studiato, raccontato senza trasformare ogni persona e ogni contraddizione in una dimostrazione ideologica.

Perché il paradosso è proprio questo: un Paese che appare irrimediabilmente diviso può essere molto più unito di quanto immaginiamo. E un Paese che vive la tragedia della guerra può desiderare disperatamente di uscirne. Stare in guerra e volerci stare sono due cose profondamente diverse. Confonderle significa compiere un’ingiustizia intellettuale prima ancora che politica. Attribuire agli israeliani, in quanto popolo, una naturale inclinazione alla guerra significa poi entrare in un territorio nel quale la critica politica rischia di mescolarsi con stereotipi antisemiti antichi quanto l’odio contro gli ebrei.

L’Israele che non c’è è quello che abbiamo costruito nelle nostre rappresentazioni. Quello vero è molto più difficile da raccontare. Ma è proprio per questo che vale la pena farlo.

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