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“Come è morta davvero!”. Serena Mollicone, svolta clamorosa nelle indagini

Pubblicato: 30/10/2026 09:23

A distanza di oltre venticinque anni dalla morte di una giovane donna, il caso continua a essere al centro di un confronto giudiziario nel quale ogni reperto può assumere un’importanza decisiva. La ricostruzione degli ultimi momenti di vita della vittima, le tracce recuperate dagli investigatori e gli elementi scientifici raccolti nel corso delle indagini tornano a essere esaminati davanti ai giudici. Un procedimento complesso, nel quale le valutazioni tecniche si intrecciano con le diverse interpretazioni delle prove e con le posizioni contrapposte delle parti.

Nell’aula di giustizia si è tornati a discutere soprattutto di ciò che sarebbe accaduto all’interno di un edificio militare e della possibile origine delle tracce individuate sul materiale utilizzato per avvolgere il corpo della ragazza. Le conclusioni presentate da un consulente della procura generale hanno riacceso il confronto tra accusa e difesa, riportando l’attenzione su uno degli aspetti centrali dell’intera vicenda: il possibile collegamento tra il luogo della morte e la caserma.
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Delitto di Serena Mollicone, la relazione del Ris nel processo d’appello bis

«Le indagini tecnico-scientifiche, tutte quelle che abbiamo condotto, supportano l’ipotesi che la testa di Serena Mollicone abbia impattato con la porta degli alloggi della caserma di Arce».

È questa la conclusione esposta in aula dal luogotenente Rosario Casamassima, appartenente al Ris di Roma e consulente della procura generale, durante il processo d’appello bis per il delitto di Serena Mollicone, la giovane trovata morta nel 2001.

L’intervento del rappresentante dell’Arma si è concentrato sull’analisi dei reperti raccolti nel corso delle attività investigative. In particolare, sono stati illustrati gli elementi individuati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa e i capelli della vittima.

Tra i materiali esaminati figurano 25 frammenti lignei, oltre a tracce di resina e colla. Secondo quanto riferito dal consulente, cinque di questi frammenti sarebbero stati recuperati in una posizione particolarmente significativa, precisamente tra il nastro adesivo e i capelli della ragazza.

Casamassima ha inoltre escluso possibili contaminazioni dei reperti, soffermandosi sulla natura e sulla collocazione dei materiali rinvenuti. Tra gli elementi analizzati è stato segnalato anche un residuo di vernice riconducibile alla caldaia presente nell’alloggio della caserma.

Un insieme di tracce che, secondo la ricostruzione tecnica presentata dalla procura generale, sarebbe compatibile con l’ipotesi di un impatto della testa di Serena contro la porta degli alloggi.

La famiglia Mottola imputata nel procedimento

Nel processo sono imputati Franco Mottola, ex comandante della caserma dei carabinieri di Arce, la moglie Annamaria e il figlio Marco. La vicenda giudiziaria riguarda la morte della giovane Serena Mollicone, il cui corpo venne ritrovato in un bosco nella località di Fonte Cupa.

Le dichiarazioni del consulente del Ris rappresentano un passaggio importante nel confronto sulle circostanze della morte e sulla possibile presenza della ragazza all’interno della struttura militare.

La posizione della procura generale trova sostegno nelle valutazioni dei legali della famiglia Mollicone, gli avvocati Antonio Iafrate e Federica Nardoni, che hanno commentato favorevolmente quanto emerso durante l’udienza.

«Quanto detto oggi supporta l’ipotesi accusatoria: Serena è entrata in caserma e non ne è più uscita. Anche la vernice della caldaia ritrovata ci dice che Serena è sicuramente stata lì».

Per i rappresentanti della famiglia, dunque, il ritrovamento dei residui di vernice e degli altri materiali costituisce un elemento a sostegno della ricostruzione accusatoria, che colloca la giovane all’interno della caserma di Arce.

La difesa contesta la ricostruzione del consulente

Di segno opposto la valutazione della difesa degli imputati. L’avvocato Fabio Quadrini ha contestato le conclusioni illustrate dal consulente della procura generale, sollevando dubbi sulla coerenza delle valutazioni tecniche presentate in aula rispetto a quanto sostenuto in precedenza.

«Abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di adattare i fatti alla teoria e non la teoria ai fatti», ha dichiarato il legale, criticando l’impostazione seguita durante l’esposizione.

L’avvocato ha inoltre sostenuto che il consulente si sarebbe contraddetto rispetto alle precedenti dichiarazioni, contestando in particolare la ricostruzione dell’impatto della testa di Serena contro la porta.

«Serena non ha impattato sulla porta, che non è il mezzo lesivo», ha affermato Quadrini.

Le due posizioni evidenziano la distanza tra l’interpretazione dell’accusa e quella della difesa rispetto al significato dei reperti scientifici. Da una parte, la procura generale ritiene che i frammenti lignei e i residui di vernice siano compatibili con l’ipotesi di un impatto avvenuto negli alloggi della caserma. Dall’altra, i legali degli imputati contestano la ricostruzione e la lettura delle prove proposta dal consulente.

Il processo d’appello bis per la morte di Serena Mollicone continua quindi a concentrarsi sull’analisi degli elementi scientifici e sulla loro effettiva capacità di ricostruire quanto accaduto. Al centro del confronto giudiziario restano i reperti recuperati, le tracce individuate sul nastro adesivo e la possibile dinamica dell’impatto. Elementi sui quali accusa e difesa continuano a proporre interpretazioni profondamente differenti.

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