
Quando i contorni di una tragedia di servizio si complicano sotto il peso di nuovi e inaspettati risvolti giudiziari, la ricerca della verità si trasforma in un intricato campo di battaglia legale dove ogni mossa può stravolgere le posizioni degli attori in campo. Tra le aule di giustizia chiamate a valutare la correttezza delle decisioni operative assunte sul campo, la sofferenza mai placata dei familiari dei caduti che pretendono chiarezza sulle responsabilità e il sottile confine tra procedimento disciplinare e inchiesta penale, la cronaca si trova a fare i conti con uno snodo processuale di straordinaria delicatezza. Una svolta clamorosa che rischia di ridisegnare l’intera mappa delle responsabilità.
L’ipotesi di reato di concorso in omicidio colposo plurimo scuote i vertici locali dell’Arma: è questo il pesantissimo addebito con cui la Procura di Verona ha iscritto nel registro degli indagati i tre comandanti responsabili della drammatica operazione di sgombero del casolare dei fratelli Ramponi a Castel d’Azzano, nel Veronese, culminata nel tragico epilogo del 14 novembre 2025 con la morte di tre militari. La clamorosa novità è emersa nella mattinata di venerdì durante l’udienza per il procedimento disciplinare in corso a Venezia.
Proprio in forza di questa nuova iscrizione, la difesa ha presentato formale richiesta di congelare il fronte amministrativo in attesa degli sviluppi penali.
Lo scontro procedurale a Palazzo Grimani e lo stallo sui testimoni
A formulare ufficialmente la richiesta di sospensione della procedura disciplinare a Palazzo Grimani, sede della Corte d’Appello a Venezia, è stato l’avvocato Gianfranco Ceoletta, difensore del colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale dell’Arma, del tenente colonnello Antonio Sframeli, all’epoca dei fatti comandante del reparto operativo di Verona, e del capitano Vincenzo Spataro, comandante della Compagnia di Villafranca. La linea difensiva si fonda sul fatto che gli ufficiali risultano già indagati a Verona. Netta la contrarietà della procura generale, con la pg Paola Toniniaffiancata dall’avvocato generale Nicola Proto che ha ribadito la tesi dell’accusa sostenendo che si tratti di «percorsi paralleli che non si sovrappongono».
L’intervento delle forze dell’ordine nel casolare di Castel d’Azzano avrebbe dovuto portare all’esecuzione dello sfratto di Maria Luisa, Dino e Franco Ramponi e alla messa in sicurezza di eventuale materiale esplosivo. Il blitz finì in tragedia quando i fratelli provocarono la deflagrazione dell’immobile, provocando il decesso del carabiniere scelto Davide Bernardello, 36 anni, del brigadiere capo Valerio Daprà, 56 anni, e del luogotenente con carica speciale Marco Piffari,56 anni, la cui famiglia ha presentato un esposto denunciando presunte negligenze.
A fronte del corposo memoriale depositato dagli avvocati difensori, il presidente del collegio Lorenzo Miazzi scioglierà la riserva il prossimo 15 gennaio. Nel frattempo a Verona, il 18 novembre, si terrà la seconda udienza del processo per strage a carico dei fratelli Ramponi, contesto in cui i tre alti ufficiali non potranno più essere ascoltati in qualità di semplici testimoni.


