
Sette ore di confronto in tribunale, nuove valutazioni sui reperti e ancora molti interrogativi sulla morte di Liliana Resinovich. Il caso della donna triestina, scomparsa il 14 dicembre 2021 e ritrovata senza vita il 5 gennaio 2022 nel roseto dell’ex ospedale psichiatrico provinciale di Trieste, resta lontano da una ricostruzione definitiva. La prima udienza dedicata alla discussione della perizia sui reperti raccolti durante le indagini si è svolta nella mattinata di venerdì 30 ottobre, a porte chiuse. I periti della Procura sono entrati in aula intorno alle 9.30 e il confronto si è protratto per diverse ore. Al termine, il quadro emerso non sembra aver sciolto i nodi principali della vicenda.
A rendere ancora più delicata la situazione è la possibilità che siano necessari ulteriori approfondimenti investigativi. La procuratrice capo Patrizia Castaldini, secondo quanto appreso da Fanpage.it, avrebbe infatti lasciato aperta questa eventualità. Soltanto dopo la conclusione dell’udienza, durata circa sette ore, sono iniziate a filtrare le prime informazioni sugli elementi discussi durante l’incidente probatorio. Le posizioni delle parti, intanto, restano distanti: i legali di Sebastiano Visintin, marito della vittima e unico indagato per il delitto, insistono sulla necessità di prove certe, mentre gli avvocati che assistono i familiari di Liliana si sono dichiarati soddisfatti del confronto in aula.

Uno dei capitoli più importanti della perizia riguarda le tracce di Dna maschile individuate su diversi reperti appartenuti alla donna. I campioni genetici sono stati rilevati sui jeans, sul sacco nero che avvolgeva le gambe del corpo, sul cordino utilizzato per legare le chiavi di casa e sulla maglietta che Liliana indossava al momento del ritrovamento. Elementi che, almeno inizialmente, avevano alimentato aspettative sulla possibilità di individuare nuove informazioni utili alle indagini. Tuttavia, gli esami non hanno fornito finora le risposte sperate e soprattutto non hanno permesso di attribuire con certezza tutte le tracce a persone coinvolte nella vicenda.
Il risultato più significativo riguarda proprio i jeans e il sacco nero. Su entrambi i reperti è stato individuato lo stesso profilo genetico maschile, che gli accertamenti hanno successivamente ricondotto a un operatore che nel 2023 aveva maneggiato i materiali per effettuare gli esami richiesti dalla Procura. Si tratta quindi di una contaminazione legata alle attività investigative, che non offre indicazioni sull’identità dell’eventuale responsabile della morte della donna. Restano invece senza una spiegazione definitiva le tracce individuate sul cordino delle chiavi custodite nella borsa di Liliana e quelle relative al cosiddetto «Ancona 1», il profilo genetico sconosciuto ricavato da un capello trovato sulla maglietta della 63enne.
Non hanno prodotto risultati decisivi neppure gli accertamenti sulle scarpe di Liliana. I periti non sono riusciti ad analizzare un eventuale campione di terreno rimasto sotto le suole, perché queste ultime risultavano pulite, nonostante fossero consumate. Di conseguenza, non è stato possibile stabilire se la donna avesse raggiunto autonomamente il roseto nel quale è stato ritrovato il suo corpo. Un dettaglio importante per ricostruire gli ultimi spostamenti della vittima, ma che al momento non consente di confermare né escludere determinate ipotesi. Dalle verifiche sarebbe invece emerso che Liliana non entrò nell’officina del marito il giorno della scomparsa.
Un altro aspetto analizzato riguarda le fibre tessili presenti sugli abiti e sulla borsa della donna. Gli esami hanno evidenziato elementi compatibili con un contatto con gli indumenti di Visintin, ma non è stato possibile stabilire quando questo contatto sia avvenuto. I due, infatti, vivevano nella stessa abitazione e una contaminazione tra i rispettivi vestiti sarebbe potuta verificarsi in qualsiasi momento della loro convivenza. Un risultato che, proprio per la difficoltà di collocarlo temporalmente, non può essere considerato da solo una prova di un coinvolgimento nel delitto.
L’avvocato Paolo Bevilacqua, che assiste Sebastiano Visintin, ha commentato con una certa fermezza gli elementi emersi dalla perizia. A suo giudizio, presentarsi in tribunale con risultanze di questo tipo sarebbe «un invito a nozze», perché non si tratterebbe di prove realmente significative a carico del suo assistito. «Ogni sei mesi nasce una nuova forma di indagine», ha osservato il legale, sostenendo inoltre che le accuse nei confronti di Visintin si fonderebbero «solo» su una consulenza, quella relativa alla seconda autopsia. L’esame, condotto dal gruppo di lavoro guidato dalla dottoressa Cristina Cattaneo, aveva escluso l’ipotesi del suicidio e indicato la possibilità di un omicidio.
Di tutt’altro tenore le considerazioni dei familiari della vittima. Il fratello Sergio Resinovich, che ha lasciato il Palazzo di giustizia nel primo pomeriggio, ha dichiarato a Fanpage.it di essere convinto che Visintin sappia cosa sia realmente accaduto il 14 dicembre 2021. Ha però precisato che, a suo avviso, non è necessariamente detto che il marito abbia commesso materialmente il delitto. «Potrebbe aver programmato tutto, ma non aver compiuto in prima persona il delitto. Non saprei, le mie sono supposizioni», ha spiegato. Sergio ha inoltre richiamato l’attenzione su quello che considera un possibile punto debole dell’alibi dell’indagato: i dieci minuti mancanti in alcuni filmati della GoPro che Visintin avrebbe utilizzato il giorno della scomparsa. Ha poi ricordato alcuni comportamenti del cognato che, secondo lui, sarebbero apparsi strani fin dalle prime fasi della vicenda. Il fratello di Liliana ha infine espresso la speranza di conoscere entro la fine di dicembre se si arriverà a un processo, dopo l’incidente probatorio relativo alla cugina Silvia Radin.
Anche Federica Obizzi, legale della nipote della 63enne, ha invitato a valutare attentamente il quadro complessivo degli accertamenti. Secondo l’avvocata, alcuni degli elementi più importanti sarebbero proprio le assenze di determinate tracce biologiche, come il Dna di Liliana o quello di altri protagonisti della vicenda, nei punti in cui ci si sarebbe potuti aspettare di trovarli. «Va valutato globalmente il tutto», ha sottolineato. Una considerazione che riporta al centro il nodo fondamentale dell’inchiesta: non basta individuare singole tracce o possibili contaminazioni, occorre capire quale significato assumano nel contesto dell’intera ricostruzione. Dopo sette ore di udienza, il caso Resinovich resta dunque aperto, con interrogativi ancora irrisolti sulla dinamica della morte e sul ruolo delle persone coinvolte. La verità giudiziaria, per il momento, è ancora lontana.


