
Una tragedia vecchia di quattro secoli che continua a raccontare le contraddizioni del presente. Marina Massironi ha portato sul palcoscenico del Teatro Oscar di Milano una versione ironica e originale dell’“Otello”, trasformando il capolavoro di Shakespeare e Verdi in un racconto che attraversa le passioni umane, i pregiudizi e le dinamiche del potere. “Ma che razza di Otello?”, andato in scena dal 29 al 31 ottobre, ha proposto una lettura del celebre dramma affidando alla forza della parola, alla comicità e alla musica il compito di avvicinare una delle storie più conosciute del teatro alla sensibilità contemporanea.
Lo spettacolo, scritto da Lia Celi e diretto da Massimo Navone, ha intrecciato la vicenda del Moro di Venezia con la storia della sua trasformazione in melodramma. Al centro del racconto non soltanto Otello e la sua gelosia, ma anche le macchinazioni di Iago, la figura di Desdemona e quel complesso intreccio di sentimenti, inganni e convenzioni sociali che rende la tragedia ancora attuale. Ad accompagnare la narrazione è stata l’arpa di Monica Micheli, protagonista della componente musicale dal vivo, in un dialogo tra teatro di parola e suggestioni del repertorio lirico.

Un classico che racconta le contraddizioni di oggi
La particolarità di questa rilettura è stata soprattutto la scelta di utilizzare l’ironia come strumento per attraversare temi tutt’altro che leggeri. Il razzismo, la manipolazione psicologica, la calunnia, la gelosia e la condizione femminile sono stati al centro di una storia nella quale l’amore si trasforma progressivamente in ossessione e violenza. La scrittura brillante di Lia Celi ha permesso di osservare il dramma anche da prospettive insolite, mettendo in discussione le convenzioni e i comportamenti che attraversano tanto il mondo shakespeariano quanto la società contemporanea.
Per Marina Massironi, attrice capace di attraversare cinema, televisione e teatro, lo spettacolo ha rappresentato un’altra occasione per misurarsi con un registro che unisce leggerezza e profondità. La narrazione ha ripercorso anche il percorso creativo che portò Giuseppe Verdi a comporre il suo “Otello”, su libretto di Arrigo Boito, presentato per la prima volta alla Scala nel 1887. Curiosità storiche, riferimenti musicali e riflessioni sui personaggi hanno dato forma a un racconto nel quale il grande repertorio teatrale e operistico è diventato materia viva, accessibile anche a chi non frequenta abitualmente il mondo della lirica.
La presenza dello spettacolo nel cartellone milanese ha assunto un significato particolare anche per la coincidenza con un altro importante appuntamento culturale. Il prossimo 7 dicembre, infatti, proprio l’“Otello” di Verdi inaugurerà la nuova stagione del Teatro alla Scala, con la direzione musicale di Myung-Whun Chung e la regia di Damiano Michieletto. Due interpretazioni profondamente differenti dello stesso capolavoro, accomunate dalla capacità di una storia senza tempo di continuare a interrogare il pubblico sulle fragilità dell’essere umano, sulla forza distruttiva della gelosia e sulla facilità con cui la menzogna può trasformarsi in tragedia.
Con le rappresentazioni al Teatro Oscar si è così conclusa la tappa milanese di “Ma che razza di Otello?”, una produzione di Nidodiragno Produzioni che ha scelto di raccontare un grande classico fuori dagli schemi tradizionali. Non una semplice lezione sulla storia del teatro o della musica, ma un percorso tra letteratura, melodramma e sensibilità contemporanea, nel quale la distanza di secoli non ha cancellato la forza delle passioni e delle contraddizioni umane. Perché dietro la vicenda del Moro di Venezia continuano a nascondersi paure, debolezze e pregiudizi che appartengono anche al nostro tempo.


