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Israele, alta tensione dopo il voto: manifestanti sotto casa di Eisenkot

Pubblicato: 02/11/2026 21:43

Netanyahu-Eisenkot, alta tensione sui partiti arabi in Israele: a una settimana dalle elezioni del 27 ottobre il Paese è in pieno stallo politico e si prepara alla fase più delicata, quella delle consultazioni del presidente Isaac Herzog. Da un lato Benjamin Netanyahu, dall’altro Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore alla guida del blocco anti-Bibi. In mezzo, il ruolo decisivo e storico dei partiti arabi con 19 seggi e un clima di odio che è esploso con urla e minacce sotto casa del generale, definito traditore e addirittura accusato di aver ucciso suo figlio morto a Gaza. Mentre Herzog prepara consultazioni in streaming, l’ipotesi di un governo con il sostegno arabo spacca l’opposizione e infiamma la piazza.

Herzog avvia le consultazioni in streaming il 4 novembre

I risultati delle elezioni svoltesi martedì 27 ottobre si prestano a letture diverse, ciascuno dei contendenti reclama almeno in parte la vittoria. Nel mezzo lui, il 66enne laburista che da luglio 2021 è capo dello Stato. Herzog riceverà i risultati ufficiali delle elezioni e la lista dei nuovi eletti alla Knesset mercoledì 4 novembre: data che segna, ironia della sorte, l’anniversario dell’assassinio di Yitzhak Rabin che spense le speranze di pace e avviò il ciclo di potere di Netanyahu. Herzog avvierà poche ore dopo le consultazioni, che in omaggio a una tradizione inaugurata dal predecessore Reuven Rivlin saranno trasmesse in diretta streaming. Si inizierà mercoledì alle 17 con le fazioni più piccole, quelle ultra-ortodosse. Poi giovedì si entrerà nel vivo con la sfilata di tutti gli altri, sino ad arrivare in serata ai due primi partiti, quelli di Eisenkot (Yashar) e Netanyahu (Likud). Obiettivo, individuare chi abbia più chance di formare un governo, con un mandato esplorativo fino a 28 giorni, prorogabile ove necessario per altri 14 al massimo.

Eisenkot apre ai partiti arabi con quattro condizioni

La decisione di invertire l’ordine delle udienze mira a consentire un esame ampio di tutte le opzioni sul tavolo prima degli incontri con i partiti maggiori e a incoraggiare nuove prospettive e idee, spiega in una nota il portavoce di Herzog. Nel weekend la mossa più rilevante l’ha fatta proprio Gadi Eisenkot, l’ex capo di stato maggiore che alla guida del blocco di opposizione a Netanyahu può contare su 48 seggi. Potrebbero diventare 67, margine ampio per una maggioranza (da 61 in su) se il blocco accettasse di accordarsi per un governo col sostegno dei partiti arabi, che alle elezioni hanno incassato lo storico bottino di 19 seggi. La sinistra preme per quella svolta, che consentirebbe di spedire a casa Netanyahu: sabato sera migliaia di persone sono scese in piazza a Tel Aviv per chiederlo a suon di tamburi, e i Democratici di Yair Golan già ci mettono la firma. Eisenkot, che in campagna elettorale aveva escluso ogni collaborazione con gli arabi, sabato ha aperto un pertugio. Ha detto di essere pronto a parlare con chiunque si riconosca in quattro principi chiave: riconoscere Israele come Stato ebraico e i valori fondanti della sua Dichiarazione d’Indipendenza, impegnarsi per un servizio nazionale obbligatorio civile o militare, denunciare Hamas come organizzazione terroristica da distruggere ed estirpare da Gaza. Una mezza apertura alle fazioni arabe che sposta da lui la responsabilità della scelta.

Il no di Liberman e lo spettro del voto anticipato

I partiti arabi si dicono pronti a sostenere un eventuale tentativo di Eisenkot. Ra’am, la fazione conservatrice guidata da Mansour Abbas (8 seggi), si è detta disponibile a entrare al governo, mentre la Lista Araba Unita, che incorpora elementi di sinistra e ha una linea più radicale (11 seggi), ribadisce oggi che punterebbe piuttosto a garantire un appoggio esterno alla Knesset pur di liberarci dal governo estremista di Netanyahu. Per Eisenkot il sentiero però è scivoloso: non può permettersi di perdere per strada nell’eventuale interlocuzione gli alleati della sua maggioranza naturale. Yair Golan lo sostiene platealmente su questa strada, e oggi ha ufficializzato l’intenzione di proporlo a Herzog come primo ministro. Lo ha fatto pure Avigdor Liberman, leader del partito di destra anti-Netanyahu Israele Casa Nostra, che ha anche proposto di eleggere Yair Lapid come nuovo presidente del Parlamento. Liberman però ha anche scolpito in conferenza stampa il suo no a un governo di minoranza: Non succederà, e non durerebbe, ha detto, puntando oltretutto il dito contro l’Anp di Abu Mazen, accusata di aver interferito nelle elezioni sostenendo le liste arabe. L’ex autista di Netanyahu ha escluso pure di entrare in qualsiasi governo guidato dall’attuale premier, lasciando intendere che sosterrebbe solo un esecutivo di larghe intese guidato da Eisenkot che tagli fuori Netanyahu, uno scenario tanto irrealistico che qualche analista già interpreta la sua posizione come viatico verso elezioni anticipate.

Le accuse di Netanyahu e l’assalto sotto casa di Eisenkot

Netanyahu e i suoi intanto continuano a martellare contro il presunto pericolo derivante da un coinvolgimento dei partiti arabi al governo. Nonostante il capo della commissione elettorale abbia confermato l’integrità del voto del 27 ottobre, la destra batte sul tasto delle interferenze straniere (Qatar in testa) a sostegno dei partiti arabi. E va all’assalto di chi, come Golan e magari Eisenkot, valuta di fare accordi con loro. Assalti non solo verbali: domenica sera un manipolo di manifestanti ha inscenato una protesta sotto casa dell’ex capo di stato maggiore a Herzliya, all’urlo di traditore e perfino assassino di tuo figlio, riferendosi al 25enne Gal, morto da soldato in guerra a Gaza nel 2023. Stamattina il partito di Eisenkot, Yashar, ha definito l’accaduto il risultato diretto di una leadership politica marcia e senza scrupoli, che ha cancellato ogni limite pur di rimanere al potere, puntando il dito sulla responsabilità politica dell’ufficio di Netanyahu. Dal resto dell’opposizione è arrivata la solidarietà ad Eisenkot, dalla destra di governo per ora non una parola. Non esattamente il viatico al governo di coalizione che Herzog gradirebbe, specie se dovesse tornare a salire la tensione di guerra con l’Iran. È in quest’atmosfera che si insedierà la 26esima Knesset: che potrebbe avere vita breve.

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